giovedì 25 febbraio 2010

Le cronache di Bonarcanto - parte terza.

Entrando nel cortile del monastero, il vicerè si rimise il cappuccio e con fare sprezzante si rivolse al frate - « Vai a chiamare il tuo Abate e digli che ho urgenza di conferire con lui. Lo aspetterò di là, nel loggiato e bada che non mi faccia attendere troppo! » e così dicendo voltò le spalle allo sbigottito frate e si avviò verso la lunga fila di colonne che delimitava il cortile interno del monastero.

Il frate intanto si mise a correre in direzione delle celle e dopo pochi istanti stava già bussando vigorosamente alla porta di quella dell’Abate Isidrus.
Questi andò ad aprire la porta con gli occhi ancora impiastricciati dal sonno e dalle libagioni e si trovò dinanzi il suo sottoposto - « Per Deu Santu! Cosa succede? Cos’è tutta questa furia…hai visto gli spiriti dei morti o ti sei attaccato al fiasco? »
« Perdonate Eccellenza, né l’uno né l’altro! Vi reco disturbo perché avete una visita….il Vicerè desidera conferire con voi urgentemente e vi attende nel loggiato. » - all’udir ciò all’Abate si schiarì all’istante il cervello e reprimendo un brivido di paura si gettò sulle spalle un pesante mantello e si precipitò all’esterno della sua cella. Con passo svelto, tanto quanto gliene consentiva la sua considerevole mole, si avviò ad incontrare il suo visitatore notturno.

Arrivato che fu al loggiato scorse alla fievole luce della luna piena una figura alta ammantata di nero e sentì un brivido di freddo corrergli lungo la schiena.
Appena fu davanti al suo ospite mormorò in tono ossequioso - « Eccellenza, quale urgenza la porta a quest’ora presso di me? Se sua Grazia avesse inviato un messaggero mi sarei recato io a palazzo senza procurargli nessun incomodo ».
La figura ammantata abbassò il cappuccio palesando il volto e con una mossa rapida afferrò il bavero del mantello dell’Abate e avvicinandolo il volto al suo sibilò - « Dubito che ti saresti precipitato! Grasso otre pieno di vino! » e con una spinta lo mandò a sbattere conto il muro della Cappella.

« Eccellenza..! » - piagnucolò l’Abate - « perché mi trattate così? Sono sempre stato un vostro devoto alleato….cosa è cambiato? Perché siete adirato con me? »
« Tu dormi sonni beati, frate! Ma se Golundrina non brucerà sul rogo la prigione sarà la tua
futura dimora! E non mi trascinerai nella tua rovina! » - ringhiò inviperito il Vicerè - « Ho bisogno di sapere se qualcuno ordisce delle trame a nostra insaputa per ostacolare quanto deciso dal Tribunale della Santa Inquisizione. Domani so che inizierete le veglie e le confessioni in onore di Sancti Romualdi. Perciò il popolo verrà a confessarsi in massa per avere l'assoluzione e la benedizione del Santo. Devi fare in modo di scoprire se c'è in ballo qualcosa! »
« Ma Vostra Grazia, la confessione è segreta! » - « Anche che tu ti corichi con delle meretrici è un segreto. Ma credo che al tuo Arcivescovo interesserà molto saperlo e soprattutto non dal confessionale! » - l'Abate impallidì e si portò le mani alla bocca per fermare il tremito ai denti. - « Non c' è bisogno di ricorrere a questi mezzi. Farò come voi dite. Darò istruzioni ai Padri Confessori che facciano domande alla gente in modo da scoprire se qualcuno ha intenzione di opporsi all'esecuzione della sentenza! » - Don Presumìdo sogghignò soddisfatto all'udire la promessa del frate - « Buon per te, Isidrus. Fai in modo di acquisire informazioni adeguate dimodo che nessun ostacolo si frapponga ai nostri piani. » 

L'Abate chinò il capo in segno di obbedienza e quando lo rialzò si accorse di essere solo. Si voltò di scatto verso il cortile e riuscì a scorgere solo un lembo di mantello che scivolava attraverso la porta laterale del monastero.

Al campo dei fuorilegge le attività fervevano di prima mattina. Al centro dell’accampamento, giorno e notte era sempre acceso un grande fuoco che veniva utilizzato per cucinare, riscaldarsi e all’occorrenza come fucina, perciò in quel momento c’era chi preparava la colazione e chi faceva manutenzione alle armi.
Grigula e frate Karra passeggiavano intorno controllando le attività e dispensando buoni consigli. Invero il buon frate faceva tutto ciò senza tralasciare un attimo di ficcarsi in bocca grossi pezzi di pane e strappare grandi morsi di sardizza da un “lobu” intero che brandiva in una mano!
« Credo che sia opportuno iniziare ad addestrare gli uomini in modo che siano pronti quando sarà il momento di agire » -disse Grigula osservando il movimento intorno a lui.
« Certo! E ad’esser menzus a si movver puru! Appena Barolus e Polgamus avranno approntato quanto concordato dovremo agire senza indugio. Mancano solo 2 giorni alla festa e al supplizio di Donna Golundrìna. » - Grigula annuì e portandosi le dita alla bocca fece partire un fischio modulato che attirò l’attenzione di tutti gli uomini presenti che gli si avvicinarono.

« In vista del’impresa che ci attende è necessario addestrarci al meglio. So che il coraggio e l’abilità non vi manca….ma gli uomini del Vicerè ci daranno del filo da torcere. Stavolta non si tratta di assalire un carro difeso da un pugno di uomini. Dovremo attaccare la roccaforte del nemico, espugnare la torre del campanile e liberare Donna Golundrìna de Bonarcanto che ivi è tenuta prigioniera in attesa di essere bruciata nel rogo del falò in onore di Sancti Romualdi! » - disse queste parole camminando fra i suoi uomini e guardandoli in viso ad uno ad uno - « Ci divideremo in due squadre. Una la comanderò io e l’altra il frate. Con me vi addestrerete all’uso dell’arco e del pugnale in quanto la spada ci sarà di scarsa utilità nella confusione che si creerà al nostro attacco. Con frate Karra userete il bastone e le pietre. Queste ultime le utilizzerete anche in un altro modo oltre che al lancio “ a coddu frimmu “, egli ha appreso l’arte di maneggiare la fròmbola durante i suoi viaggi in Oriente e vi insegnerà a costruirla e a maneggiarla ».

Ciò detto gli uomini si divisero in due squadre di 15 e seguirono i rispettivi addestratori all’esterno del campo.
Grigula li divise in gruppi di due compreso egli stesso ed estratta dalla cintola s’arresoza ‘e iscorzare iniziò l’addestramento dei suoi che intanto avevano impugnato dei lunghi pugnali.
Frate Karra intanto aveva fatto tagliare dei pezzi di cuoio robusto in modo che ognuno potesse contenere un sasso della grandezza di un pugno. Dopodichè fece praticare dei fori ai bordi delle pezze di cuoio e fece passare delle cordicelle che furono annodate ai fori. In men che non si dica tutti gli uomini avevano a disposizione una nuova arma.
Il frate mandò al fiume un paio di loro perché riempissero dei grossi contenitori di sughero con dei ciottoli levigati che sarebbero serviti da proiettili per le frombole e agli altri fece costruire dei fantocci con rami, paglia e stracci che avrebbero funzionato da bersagli per le esercitazioni con la frombola e con gli archi.

Tranne una piccola pausa per mangiare qualcosa a mezzodì, le esercitazioni si protrassero per tutto il giorno e solo al calar del sole, stanchi ma soddisfatti rientrarono tutti all’accampamento.
I progressi della giornata erano stati notevoli. I fuorilegge avevano appreso velocemente l’uso della frombola e gia più della metà di loro riusciva a colpire un bersaglio fisso a 100 passi!
Tutti invece erano dei veri maestri nel lanciare le pietre a coddu frimmu, specialità nella quale eccellevano per tradizione tutti i bonarcantesi. Si diceva infatti che un bonarcantese fosse capace di tirar giù da cavallo un bandito di Sancti Luxorius con un sasso scagliato da più di 50 passi!
Anche con l’arco, grazie agli insegnamenti di Grigula i progressi erano
stati evidenti. Perciò ora potevano contare su due armi da utilizzare alla lunga distanza. Nel combattimento corpo a corpo avrebbero usato principalmente i bastoni e all’occorrenza i micidiali pugnali affilatissimi che ogni fuorilegge portava infilato alla cintura o all’interno di un fodero nascosto negli stivali.

Frate Karra appena tornato all’accampamento si diresse verso il fuoco ed estratti dalle sue bisacce alcuni tegami e costruitosi un lungo spiedo di legno si apprestava a dare un saggio delle sue capacità culinarie. Invero la sua cucina era alquanto strana in quanto soleva utilizzare ingredienti tradizionali tipici della Sardegna insaporendoli con spezie esotiche che si era abituato a utilizzare grazie ai suoi lunghi soggiorni in Oriente.
Nello specifico quella sera si esibì nel preparare carne di cinghiale con funghi porcini raccolti nel bosco, olive, alloro, peperoncino e una generosa annaffiata del potente vino rosso delle vigne di Bonarcanto. Preparò anche mezza dozzina di conigli arrostiti allo spiedo e dorati con lardo di maiale fuso che colava da uno spiedo tenuto in mano da uno degli uomini di Grigula all’uopo istruito. Il tutto fu generosamente innaffiato con vino rosso aromatizzato alla cannella all’usanza orientale.
Dopo l’abbondante pasto, gli uomini stanchi dal duro addestramento della giornata andarono a gettarsi nei pagliericci e presto tutti furono immersi in un sonno ristoratore.
Grigula e frate Karra si trattennero invece vicino al fuoco e una volta di più esaminarono il loro piano nei minimi dettagli e solo passata che fu la mezza, col ventre pieno e la mente leggera anche loro imitarono il resto degli uomini e andarono a dormire.

La vigilia della festa del patrono fu annunciata ai bonarcantesi dalle campane che suonavano ogni quarto d’ora e chiamavano i fedeli alla Basilica per le confessioni.
L’Abate Isidrus aveva istruito a dovere i 4 suoi confratelli che avrebbero avuto il compito di confessare e assolvere il popolo di Bonarcanto. In particolare aveva chiesto loro di indagare le menti di quei poveri di spirito per carpire informazioni utili ad appurare se qualcuno avesse in mente di opporsi all’esecuzione della sentenza della Santa Inquisizione.
Egli stesso aveva preso posto in un confessionale e si faceva mandare però solo le donne. Infatti da un po’ questa era una consuetudine con la quale soleva stuzzicare
le sue voglie pruriginose attraverso l’ascolto dei particolari della vita intima di quelle poverette.
Ma quel giorno il suo intento era un altro. Era certo che se gli uomini non avrebbero rivelato segreti neanche nel confessionale, al contrario lo avrebbero fattole donne in quanto da sempre più timorose dell’autorità religiosa. In particolare era ansioso di poter confessare la priorissa di Sancti Romualdi che quell’anno sarebbe stata la più anziana delle donne che avrebbero compiuto 40 anni.

L’Abate infatti già da un paio di anni aveva introdotto la regola che i festeggiamenti in onore del patrono sarebbero stati gestiti dalle donne che compivano 40 anni e che la priorissa sarebbe stata la donna che festeggiava per prima il compleanno e particolare non trascurabile, finora era anche riuscito sempre a giacere con essa, circuendola o ricattandola a seconda dell’indole della donna.
Per l’Anno Domini 1470 priorissa di Sancti Romualdi era Bonacata Armunza, moglie di Antoni Errùdu che era il custode delle vacche di Donna Golundrina.
Su ‘Accarzu come lo chiamavano in paese, era un uomo di rara bruttezza e che aveva trovato moglie nella procace Bonacata per non si sa quale fortunato caso. In verità la fortuna non c’entrava per niente. Era stata la Madre Badessa lontana parente e protettrice della giovane Bonacata che la aveva indotta a sposare su ‘Accarzu per potergli carpire informazioni e notizie sulla sua padrona Golundrina.

Antoni Errùdu aveva però anche un altro pregio. Il suo unico fratello Liccu, era stato imprigionato dagli sgherri del Vicerè perché aveva zogàu a istoccadas l’esattore delle decime ma era riuscito a fuggire prima del processo e si era unito alla banda dei fuorilegge di Grigula.
Isidrus era al corrente di tutto ciò e aveva sollecitato Bonacata a circuire il povero mandriano per estorcerli informazioni ed ora la attendeva con ansia nel confessionale.
La priorissa fece la sua comparsa nella Basilica subito dopo il tocco di mezzodì e fu prontamente indirizzata verso il confessionale in cui la attendeva l’Abate. Li giunta si inginocchiò ad un lato del confessionale e a quel punto Isidrus aprì con impazienza lo scurino del confessionale e si trovò a fissare con sguardo laido la generosa scollatura della donna.

« Allora Bonacata » - sussurrò il religioso - « Sei riuscita ad avere nuove da tuo marito? » « Sapete bene Eminenza, che quello sgorbio non resiste alla vista delle mie grazie e con la promessa di giacermi con lui questa notte sono riuscita a carpirgli interessanti nuove! » - rispose la priorissa con un sorrisetto ironico - « Parla allora cosa aspetti! Ti avverto che il Vicerè ha molto a c
uore che tutto vada per il meglio e chiunque rechi preziose informazioni sarà lautamente ricompensato. »
E così la sciagurata riferì all’Abate che su ‘Accarzu era andato a portare viveri a suo fratello Liccu presso l’accampamento dei fuorilegge a Cracchedu. Là aveva visto che tutti erano indaffarati come se stessero preparando qualcosa. Chi si addestrava all’uso delle armi, chi affilava spade e pugnali, chi confezionava frecce. Aveva anche visto da lontano una figura imponente che sembrava vestire un saio da frate.
Costui non sembrava un frate del convento e inoltre con un bastone riusciva a tener testa a quattro uomini anch’essi armati di bastone per cui l’ingenuo Antoni Errùdu pensò di aver esagerato un pochino con s’abbardente che aveva trangugiato quella mattina prima di muovere verso Cracchedu.
All’udire quanto aveva appena detto la priorissa, Isidrus assunse un aria preoccupata e congedò bruscamente la donna. Dopodichè uscì precipitosamente dal confessionale e avvoltosi nel mantello si gettò fuori dalla basilica e a passi veloci si diresse verso il palazzo del Vicerè.


A palazzo fu introdotto al cospetto di Don Presumìdo Maricòn che si trovava nella sala dei banchetti per il desinare di mezzodì.
Il Vicerè appena lo vide entrare, con un gesto gli indicò di avvicinarsi e per evitare orecchie indiscrete fece uscire tutti dalla sala. - « Spero mi porti novità Abate e che non mi abbia disturbato solo per accampare scuse e giustificazioni sulla tua inefficienza! » - « Eccellenza, reco sì novità ma credo che non vi saranno particolarmente gradite. Sembra che all’accampamento dei fuorilegge ci sia più movimento del solito e che addirittura siano arrivati dei rinforzi. » - « Allora le mie premonizioni non erano errate! Quei malnati hanno intenzione di fare qualche colpo di mano per impedire l’esecuzione della sentenza! » - disse rabbiosamente tracannando un boccale di vino tutto d’un fiato - « Ma non resterò con le mani in mano ad aspettare il loro agire! Isidrus, manda uno dei tuoi monaci a Sancti Luxorius, porterà questo messaggio al capo dei briganti Deddègu Caricagàdu.
Deve riferire che io Don Presumìdo Maricòn de Playa y Castellano de Palacio,Vicerè della contrada del Montiferru gli ordino di radunare tutti i suoi uomini e di essere a Bonarcanto prima del crepuscolo in modo da creare insieme ai miei uomini un ostacolo invalicabile a chiunque voglia opporsi al rogo di Golundrina! »





L’Abate si ritrasse impaurito dalla rabbia che traspariva dal volto del Vicerè -« Ma…. Vostra Grazia, perché non mandate uno dei vostri servi su un veloce cavallo? Arriverà molto prima di un mio monaco su un modesto somaro! » - Don Maricòn furibondo afferrò l’abate per la tonaca e schizzando rabbia e saliva ruggì « Idiota! Se i fuorilegge stanno tramando qualcosa sicuramente terranno d’occhio tutti i movimenti dei miei uomini. Perciò appena vedranno uno dei miei servi che si dirige a spron battuto verso il covo dei ladroni, ci metteranno poco a capire che sta’ andando in cerca di rinforzi e lo bloccheranno sicuramente! Invece uno dei tuoi stupidi monaci non desterà alcun sospetto! » e con una spinta gettò a terra il religioso che tremebondo non si azzardò neanche a muoversi.

« Và ora! E fai quanto ti ho detto! Il tempo stringe e voglio essere sicuro che Deddègu Caricagàdu riceva in tempo i miei ordini e si attivi al più presto. » L’Abate si rialzò da terra e incespicando nel proprio abito guadagnò l’uscita della sala e poscia con un sospiro di sollievo uscì anche dal palazzo.
Stavolta l’erta salita che portava al monastero non gli sembrò così ripida come al solito e la percorse in un baleno tant’è che in men che non si dica, paonazzo in volto e col fiato corto, irruppe nel chiostro affollato a quell’ora dai frati che si recavano al refettorio per il desinare.

Alla vista del loro Abate col viso stravolto i confratelli si precipitarono presso di lui preoccupati.
Isidrus però li rassicurò sulla sua salute dicendo che era salito di corsa dalla Basilica al monastero come penitenza in onore del Santo patrono. Dopodichè adducendo una scusa si ritirò nella sua cella non senza aver prima chiesto che qualcuno rintracciasse frate Sonàzza che era giustappunto l'addetto ai messaggi e alle ambascerìe.
Giusto un paio di minuti dopo frate Sonàzza si presentò al cospetto del suo Abate che gli impartì le istruzioni come ordinato dal Vicerè e si assicurò che venissero imparate per bene a memoria in quanto non si poteva metterle per iscritto. Per due semplici motivi. Il primo era che se il frate veniva catturato dai fuorilegge di Grigula, tramite il messaggio avrebbero scoperto la contromossa del Vicerè. Il secondo, forse più importante, era che tanto il brigante Deddègu Caricagàdu non sapeva assolutamente leggere!

C'era una sola strada che portava a Sancti Luxorius, e gli uomini di Grigula la tenevano sempre d'occhio per non farsi sorprendere dai lestofanti sempre pronti ad effettuare scorrerie.
Quel giorno di guardia era rimasto il più giovane dei fuorilegge. Un ragazzo di soli 16 anni che rimasto orfano di madre e di padre era stato accolto da Grigula nella sua banda.
Solitamente montava la guardia insieme ad un compagno più anziano ma quella vigilia del Patrono era stato mandato solo in quanto gli uomini più esperti dovevano completare l'addestramento per la missione del giorno dopo.

E forse fu proprio a causa della sua giovane età che quando vide avvicinarsi proveniente da Bonarcanto un monaco a cavallo di un somaro, non si preoccupò né si insospettì più di tanto e con indolenza si mise al centro della strada per bloccargli il passaggio sotto la minaccia di una freccia.
« Frimmu igùe su para! Dove ti rechi così di fretta? » - gridò con voce spavalda - « Mi reco a Sancti Luxorius, bravo giovine! » - rispose in fretta Frate Sonàzza - « E cosa vai a fare in quel covo di ladri? » - « Mi reco a portare l'olio santo a un moribondo e perciò ho molta prèscia.
Ancorchè siano dei peccatori, la carità cristiana impone la somministrazione dei sacramenti quando richiesti. » - il giovane proruppe in una risata ironica e disse sprezzante « Per me possono crepare tutti all'inferno quei dannati! » - e per sottolineare meglio quanto appena detto, sputò nella polvere di fronte al frate. « Questo tuo dire non è da buon cristiano….e ti scuso causa la tua giovine età. Ma ricorda che se quel poveretto dovesse morire prima del mio arrivo la colpa della sua dannazione ricadrà su di te e ti perseguiterà per tutta la vita! ».
Quelle parole fecero breccia nella mente superstiziosa del ragazzo che subito abbassò l'arco e si fece da parte per lasciare transitare il frate che con un gesto benedicente passò oltre e appena fu lontano oltre una curva del sentiero, sicuro di non essere udito, sommessamente iniziò a ridere.


Continua……..
Illustrazioni by Barole 

mercoledì 17 febbraio 2010

Casa Grigula - Su martis de Carrasegare.

Martedì di Carnevale – Ore 24,30 p.m.

Esterno notte davanti a casa di Grigula che viene ripreso di spalle mentre armeggia con le chiavi per aprire la porta.
Background in lontananza musica di balli sardi.

---------------------------------------------------------------------- 

Karrabusu – Grì!

Grigula – Chi è là?

K – Sono io non mi riconosci?

G – Cazz…! Ma ti sembra il modo di sbucare alle spalle della gente? Mi hai fatto venire un accidenti! Vieni alla luce e fatti vedere che sei lì nascosto nel buio!

K – Scusa credevo mi avessi visto quando sei arrivato. Ci sono da 5 minuti e ti stavo aspettando…tanto lo sapevo che non eri ancora coricato!

G – Ma come cazzo sei vestito? Con un saio o cos’è?

K – Bell’idea beru? Mi sono travestito per Carnevale, no! Tontu! A lo vedi che sono vestito da Frate Karra! A forza di immentuarlo nelle cose che scrivi mi è venuta l’idea di trassarmi come lui!

G – E la barba? Come hai fatto a fartela crescere così in fretta?

K – Ma itte…non lo vedi che è finta? Ma tu si vede proprio che a Carrasegare non partecipi mai, raju!

G – In effetti è una celebrazione che poco mi garba. Ma non ho niente contro chi festeggia e si diverte…anzi mi fa’ piacere. Il fatto che io non mi faccia coinvolgere non vuol dire che disprezzi chi invece partecipa.
Ma dimmi che cosa c’era di bello?

K – Ah, balla! Quest’anno hanno organizzato quelli della Pro Loco e hanno chiesto a chi voleva che poteva dare una mano, allora sono andato anch’io insieme ad altri ragazzi.
Abbiamo organizzato balli, sfilata in maschera, zippulas e binu nieddu per tutti!

G – Eh, dimmo’! Alla grande quest’anno. E la gente ha partecipato?

K- Za du creo! Dos porta’ s’incantu ballande in su salone de sa Cantina!

G – Bene, mi fa’ piacere. Anche se non siamo a livello del Carnevale di Seneghe o di S.Lussurgiu almeno i bonarcadesi hanno avuto un occasione di svago e divertimento.

K- Ehia. La sai una cosa però….forse a forza di frequentarti sono diventato ispizzècche anch’io, porc…!

G – Cosa vuoi dire?

K – Mah ….mentre ero lì che ballavo, mangiavo e mi divertivo ( lampu cussu ‘inigheddu fuit bonu , mì!) ad un certo punto al microfono qualcuno ha fatto i soliti ringraziamenti di rito….a chi ha fatto le zippole, a chi ha curato l’organizzazione, a tutti quelli che avevano partecipato….tutto bene, tutto giusto. Solo che per primo hanno ringraziato il Sindaco per l’uso del locale! Ma puitte ite est su sù? D’at fattu issu cun dinari cosa sua e poi d’at imprestàu a nois? Quello non mi è piaciuto per niente….

G – Ah ah ah ah! E’ vero sei diventato “ispizzècche”come dici tu! Ma ti ricordi che tempo fa’ io ebbi una spiacevole discussione con i ragazzi che organizzano il Festival del Corto proprio perché avevo criticato il fatto che si ringraziasse per l’utilizzo di un bene che appartiene alla comunità?

K – E’ vero mi ricordo! S’orta penzào ca ti craccàna a cròppos finzas!

G - Già. Comunque a parte il fraintendimento coi ragazzi del Corto, hai visto che la mentalità non è cambiata? C’è sempre qualcuno che pensa che l’utilizzo di un bene comune è subordinato alla benevolenza del “potente” di turno o dall’autorità riconosciuta.

K – Bell’ischifu!

G- Eh già! ….menzus senighesu? Il bonarcadese non ha tempo per queste sottigliezze. Come dicono a Roma “ nun va’ a guarda’ er capello”. Preferisce discutere sulla bandiera del santo che non può rimanere in chiesa “senz’e nissunu chi faet su capu ca diasi ch’isparidi sa tradizione” o su chi butta qualche pezzo di plastica nel caminetto e ferisce le delicate narici abituate a ben altri olezzi e getta l’allarme diossina pur vivendo circondato dall’amianto di cui sono ricoperti i tetti delle case!

Pensa …mio nonno mi ha raccontato che prima l’immondezzaio, su muntonarzu, era in una zona vicinissima al centro abitato che si chiama “funtanighedda”. Che ci pascolavano i maiali che poi venivano normalmente mangiati. Ogni tanto si doveva dar fuoco a su muntonarzu per fare spazio e tutto il fumo andava verso il paese.
Poi lo avevano spostato a “sa perd’acuzza” e li erano gli operai stessi del comune che avevano l’ordine di appiccargli fuoco periodicamente e i fumi andavano verso l’abitato. Pensa a che livello eravamo!

Adesso invece crea discussione e illuminati pareri (anche in vernacolo aimè) qualche busta di plastica andata in fumo e non si dice niente al vicino che fa’ i trattamenti antiparassitari nel giardino di casa impestando di veleni anche l’aria che respirano gli altri.
Non si dice niente al vicino che ammazza il maiale all’aperto nel centro abitato, lo abbrustolisce con la fiamma del bombolone e lo lava con l’acqua corrente che arriva fino in strada.
Non si dice niente al solito stronzo che lascia il fuoristrada col motore acceso ( tanto è diesel!) mentre lui è al bar già da un quarto d’ora e tutti i passanti si respirano i fumi di scarico.
Non dice niente al deficiente che porta le pecore a pascolare negli spazi verdi all’interno del paese o che lo attraversa col bestiame che caga dappertutto in quel bell’acciottolato nuovo!

Bonacatu – Zizzu, ma it’est custu degògliu? Chie du est in foras?

Zizzu – A su cristiònu paret cussa mol’e zrugu de fizzu tu!

Bonacatu – Tocca nàddi cosa ca est ora de drommìre no’ de fae' “parlatas”!

Zizzu dalla finestra – Tocca bae e croccàdi Grigula, ca ses zande iffàdu a mamma tua e deo mi nde teppo pesare chizzu cras manzanu! Si no si mi che faes calàre a bassu ti callento sas orìgas a tie e a s’ammigu tu bestìu de para!

K – Minchia Gri’…babbu tu est’incazzau! Deo isgòmmo….si bideus cras! Ciao Gri’!

G – Ciao Karrabù!


Estratto dalla 5^ puntata della fiction “ Casa Grigula”  - seconda serie - in onda ogni giovedì alle 20,00 su PONIMMISA BARRASINCULU CHANNEL.



mercoledì 10 febbraio 2010

Le Cronache di Bonarcanto - parte seconda.

Mentre camminavano portandosi dietro l’asino, Frate Karra senza farsi vedere osservò bene il suo compagno di viaggio.
Grigula aveva il viso abbronzato di chi passa la maggior parte del suo tempo all’aria aperta. Capelli di un color castano chiarissimo con riflessi biondo-ramato, erano lisci e portati lunghi con due treccine ai lati del viso. Gli occhi avevano quasi un taglio orientale ed erano marroni con riflessi verdi.
Di robusta corporatura, era solo di un paio di centimetri più basso del frate (che era ritenuto quasi un gigante ) ma altrettanto muscoloso.

La cosa che lo incuriosiva di più però era il suo abbigliamento. La parte superiore del corpo era coperta da una camicia di lana con sopra un corpetto in cuoio con ancora il pelo nella parte esterna e sopra entrambi, una giubba di spessa stoffa di lana di colore blù scuro e con dei grandi bottoni di ottone.
Ai fianchi portava un largo cinturone in cuoio nero da cui sporgeva il manico di uno strano coltello.
Completava il resto dell’abbigliamento qualcosa che il Monaco Errante aveva solo sentito nominare da alcuni suoi confratelli che erano stati nelle terre di Albione: un gonnellino di lana lungo fino alle ginocchia a scacchi con colori verde,nero e bianco!
Ai piedi poi calzava morbidi stivali in pelle di daino.

«Il tuo vestiario è veramente bizzarro. Il gonnellino qui si porta scuro e si indossa sopra le braghe! Tue ivvèzze paret ca no pòrtas nudda a de sutta! »

Grigula sorrise e rispose - « Non ti sbagli! Infatti non indosso niente …..così è l’usanza dei popoli delle Terre Alte lassù al nord della grande isola di Albione. In questo modo è più facile far vedere gli attributi ai nemici! »

« Infatti mi sembrava di aver sentito parlare degli usi di quelle popolazioni. Guerrieri tremendi e indomiti a quanto pare…..ma tue commènte mai ti ‘estis commènte issos? »

« Sono nato nelle Terre Alte del grande nord. Mio padre era un mercante di Calmedia ed esperto marinaio, essendo sempre alla ricerca di nuovi mercati si spinse fino ad Albione e navigando lungo le sue coste sempre più a nord arrivò alle Terre Alte dove i ghiacci gli impedirono di proseguire.
Trovò ospitalità per l’inverno presso la popolazione locale e li conobbe mia madre. La sposò e prese il mare con lei all’inizio dell’estate per tornare in Sardegna. »

« Issara ses po mettade furìsteri! Ecco il perché del colore dei tuoi capelli! Ma il tuo nome…? Non è sardo… »

« Mia madre è morta dopo avermi partorito e quando avevo solo 2 anni mio padre non è più tornato da uno dei suoi viaggi.  Mia madre apparteneva al clan dei Mc Grigula ed i loro colori erano il verde, il nero e il bianco. Io ho preso il suo nome e i colori del suo clan! »

« Tutto si spiega dunque. ...mèda du e chèret ancora de cammìnu? »

« No. Un paio di miglia e siamo arrivati. »

Dopo circa mezzora arrivarono a Cracchedu.
L’accampamento di Grigula era in mezzo alle querce e consisteva in una mezza dozzina di grandi “pinnettas” messe in cerchio intorno a uno spazio comune con un grande fuoco al centro e dei tavoli messi sotto a una grande tettoia.
Appena arrivati furono accolti con calore dai compagni di Grigula che lo informarono dell’arrivo di due visitatori.

« Dove avete sistemato i visitatori? »

« Ti aspettano nella tua pinnetta. Hanno detto che meno gente li vede e meglio è……»

« Va bene andiamo a fare la loro conoscenza. Frate Karra seguimi…..»
Grigula si diresse verso una delle costruzioni e scostata una porticina fatta di canne entrò seguito dal frate.
All’interno li accolse un ambiente poco illuminato, con un fuochile al centro in cui ardeva un fuoco che appunto era l’unica fonte di luce.
Due figure si alzarono al loro ingresso e il più alto parlò -  « Alla buon’ora! Credevamo ti avessero catturato i banditi di Sancti Luxorius o rapito sa pantamma ‘e baurezas! »

« Tò chi si vede! Il guardaboschi di Donna Golundrina. Barolus Viginti in persona! E il tuo compagno chi è? »

« È l’alchimista di palazzo. Polusgamus da Pedimonte che ha notizie sul processo della mia Signora! »

« Parla alchimista! Cosa sai? »

« Purtroppo non ho buone notizie! L’inquisitore venuto da Roma ha ascoltato tutte le testimonianze ed ha emesso la sua sentenza. È stata la testimonianza della Madre Badessa che ha giurato di avere visto Donna Golundrina officiare riti blasfemi insieme alla setta degli Psicolabili di cui è adepta!
Grazie a queste falsità ora non c’è più speranza. Il destino della nostra amata Signora è scritto: perirà sul rogo il giorno della festa di Sancti Romualdi. »

Dopo queste parole calò un silenzio gelido.
Grigula si sedette su uno sgabello di ferula con la faccia pensierosa.
Anche gli altri lo imitarono e presero posto accanto a lui.
Finchè il guardaboschi Barolus esclamò - « Bisogna fare qualcosa! Non possiamo lasciare che l’unica persona che ha a cuore i poveretti di Bonarcanto venga tolta di mezzo a causa dei complotti di quei due miserabili! »

« È vero » - convenne Grigula « E qualcosa ho già in mente, solo che mi manca ancora da definire qualche particolare. Ho intenzione di effettuare un attacco a sorpresa e liberare la prigioniera il giorno stesso del supplizio.
Ho paura però che il Vicerè riesca a far arrivare di rinforzo i ribaldi di Sancti Luxorius e così esserci superiori di numero. Mi serve un piano per impedire che i rinforzi arrivino in tempo ».

Frate Karra, che era rimasto finora in silenzio, si alzò in piedi di scatto come se gli fosse balenata in testa un idea folgorante e chiese  « Namm’unu pagu……da che strada arriverebbero i manigoldi per portare soccorso a Don Presumìdo? » « Dalla vecchia strada dei ladri di bestiame che dal loro covo porta a Bonarcanto passando da Ponte ‘Ezzu. Perché, cos’hai in mente » - rispose il guardaboschi che conosceva tutto il territorio.

« E tu Polusgamus buon alchimista, sai cos’è una lanterna magica e soprattutto potresti procurarne una? ». Il piccolo uomo di scienza si illuminò di un sorriso furbo e rispose - « Oh! Certo che so cos’è una lanterna magica tant’è che ne ho persino costruita una che tengo nel mio laboratorio! »

« E issàra appo zappau s’intrècchedde! »  « Questa proprio non l’ho capita! » – disse Grigula   perplesso. « Scusa e che a volte mi viene in automatico parlare in limba. Voglio dire che ho trovato la soluzione al problema! » precisò il monaco.
Ciò detto si sedette di nuovo e abbassando la voce in modo da farsi sentire a mala pena solo dagli altri occupanti la pinnetta spiegò loro quale stratagemma aveva escogitato per bloccare i rinforzi provenienti da Sancti Luxorius.

Intanto chiese a Barolus Viginti di procurare un  grande telo bianco da appendere all'imboccatura del lato del ponte che da' a Bonarcanto. Questo avrebbe fornito da supporto alle immagini che la lanterna magica dell’alchimista avrebbe proiettato. Queste immagini dovevano rappresentare una torma di cavalieri armati che si lanciavano al galoppo attraverso il ponte.
Inoltre bisognava produrre frastuono, grida e rumore di armi in modo che la cosa sembrasse più veritiera.
Barolus Viginti sorrise e assicurò che si sarebbe occupato lui di tutto e si sarebbe portato dietro anche il suo famoso corno da battaglia ( lo aveva trovato in una delle sue escursioni nei nuraghi della zona e riteneva fosse uno strumento usato dalle antiche popolazioni Shardana in battaglia) con cui avrebbe simulato ancora meglio una carica.

« Bene! Tutto questo dovrebbe bastare a dare tempo a Grigula di assaltare con i suoi uomini la torre del campanile e liberare Donna Golundrina. Attenzione però….l’intera azione si deve svolgere a s’iscurigàdorzu in modo che le immagini della lanterna magica siano più verosimili e nessuno si accorga dell’inganno! » disse il buon monaco.
Grigula che fino ad allora aveva ascoltato in silenzio, annuì serio  « Si. La cosa potrebbe funzionare. Tutto dipenderà dalla nostra rapidità in modo da sfruttare a fondo l’elemento sorpresa. Dovremo essere coordinati e avere un tempismo perfetto altrimenti il nostro fallimento sarà sicuro e le saranno conseguenze terribili. Il Vicerè e l’abate Isidrus saranno spietati e si vendicheranno anche sulla popolazione! » - i suoi compagni annuirono consci della responsabilità che si erano assunti e della gravità delle conseguenze di un loro fallimento.
« Si stà facendo buio » - disse il guardaboschi Barolus - « è ora che io e Polusgamus rientriamo a Bonarcanto approfittando dell’oscurità per non farci notare. Appena quanto avete chiesto sarà pronto ve lo faremo sapere. » - così entrambi si alzarono in piedi e dopo un rapido saluto al fuorilegge e al frate, uscirono dalla pinnetta e si avviarono veloci su un sentiero in mezzo al bosco che li avrebbe condotti fino a Bonarcanto.

Appena i due si furono allontanati Grigula offrì la propria ospitalità al frate che senza farselo dire due volte accettò. Si sdraiò sopra un pagliericcio vicino al fuoco, si coprì col grosso mantello di lana grezza e dopo pochi minuti già russava immerso nel sonno.
Grigula invece non riusciva a dormire. In preda all’inquietudine la sua mente vagava sull’impresa che avevano progettato cercandone eventuali punti deboli o punti da perfezionare. Ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare difetti o ad apportare migliorie.

Di scatto si alzò in piedi, uscì all’esterno e senza essere visto si addentrò nel bosco fino ad arrivare ad una radura a circa un paio di miglia dal suo accampamento.
Dopo essersi accertato  che nessuno lo avesse seguito tracciò un cerchio sul terreno con all’interno di esso uno strano simbolo e si sedette su di esso a gambe incrociate.
Estrasse il coltello che aveva alla cintura e conficcandolo con forza nel terreno davanti a lui esclamò - « O mio nume tutelare, possente spirito che tutto vede e tutto conosce! Mostrati al mio cospetto! In nome del talismano che è qui davanti a me appalèsati potente Iscorza Arbeghes de Norghiddo! »

Appena pronunciato quel nome di fronte al giovane apparve un vortice di fumo grigio che roteava sempre più velocemente e scomparve in un bagliore accecante e preceduto da una sonora scorreggia apparve lo spirito evocato. S’Iscorza Arbeghes de Norghiddo torreggiava davanti al giovane seduto in terra!

« Salute a te mio diletto! Quale urgenza ti ha spinto ad evocarmi ed ad aprire il varco spazio temporale con il Talismano? »

« Necessito del tuo consiglio o possente Iscorza! Mi accingo ad un intrapresa assai perigliosa e gravida di catastrofiche conseguenze qualora non andasse in porto.»

L’essere soprannaturale al sentire queste ultime parole mostrò un aria incuriosita e chiese di rimàndo - « Tutte le tue azioni hanno sempre avuto delle conseguenze non da poco su chi ti stà intorno ed ha fiducia in te. Non è la prima volta che ti assumi dei rischi. Perché ora sei incerto e titubante? »

«Perché stavolta non si tratta solo di coinvolgere i miei compagni di avventure. Qualora quello che ho in mente dovesse fallire sarà l’intero popolo di Bonarcanto che potrebbe patire delle gravi conseguenze. Questo è quello che più mi preoccupa! ».

SIscorza Arbeghes scoppiò a ridere  e con espressione maligna disse - « Non ti preoccupare della salvezza di quella gente. Preoccupati della tua. Ricordati che il popolino è sempre dalla parte di chi dà di più o promette di più, il più forte per loro ha sempre più fascino del più onesto. Perciò finchè il tuo operato porterà loro benefici essi ti seguiranno fino all’inferno o fino a quando qualcuno non offrirà loro di più!
Perciò non ti curar di loro…..sono sopravvissuti a mille dominazioni e a mille pestilenze, sopravviveranno anche alla tua impresa ! E comunque io ti sarò sempre affianco a proteggerti qualora qualcosa non andasse per il verso giusto.» - questo disse e subito dopo sparì in una nube di fumo puzzolente.
Rimasto solo il giovane fuorilegge si alzò in piedi e con un ramo strappato da un cespuglio cancellò i segni che aveva tracciato per terra e con l’animo più sollevato fece ritorno verso il suo accampamento.


Intanto a Bonarcanto il vicerè dormiva sonni agitati.
Era andato a letto presto, senza indugiare come al solito nel dopocena con la sua corte di debosciati e ruffiani. Don Presumìdo Maricòn infatti era solito gozzovigliare fino alle prime ore del mattino fra vino, musici e donne di facili costumi.
Ma quella sera aveva un tarlo che gli rodeva, quasi la sensazione di un pericolo imminente.
Si stava avvicinando il giorno dell’esecuzione di Donna Golundrìna e non voleva che niente andasse storto visto il gran brigare che aveva fatto e le borse d’oro che aveva elargito per ottenere una condanna che mettesse fine definitivamente a colei che rappresentava l’ostacolo più grande sulla strada del completo dominio di quella sfortunata contrada.
Tuttavia quella sgradevole sensazione di pericolo non lo abbandonava e gli impediva di godere dei suoi soliti piaceri ma addirittura lo privava del sonno.
D’impulso si alzò e si vestì. Scelse un grande mantello scuro con il cappuccio in modo da non essere riconoscibile. Chiamò due servi fra i più robusti e li fece armare di pugnali e bastoni nascosti sotto i mantelli, con questi di scorta uscì da una porta secondaria del suo palazzo e si incamminò verso il monastero di Sancti Romualdi.

Giunsero nei pressi del monastero senza incontrare nessuno e uno dei servi bussò alla porta laterale che di solito veniva utilizzata per il passaggio della manodopera che lavoravano le terre dei frati. Essi infatti non lavoravano più la terra ma obbligavano con minacce di scomuniche e di dannazione eterna i poveri massaios di Bonarcanto a svolgere a gratis il lavoro per loro conto. Perciò quella povera gente si prendeva cura dei greggi e degli armenti, delle terre e degli orti e non veniva ricompensata in nessuna maniera.
Ma questo al Vicerè non importava. A lui interessava solo riscuotere le decime e se quelli campavano o perivano erano affari loro.
Dopo ripetuti colpi alla porta finalmente si aprì uno sportello che fece intravvedere il viso rubicondo di un frate che li apostrofò - « Chi è il malnato che a quest’ora di notte bussa alla porta? »  

« Fossi in te modererei il linguaggio, frate! » - disse uno dei servi - « Il mio signore non è uomo avvezzo ad aspettare fuori dall’uscio come un questuante ne tanto meno a sopportare insulti da un misero frate pederasta!»

Appena pronunciate quelle parole Don Presumìdo gettò indietro il cappuccio e scostando in malo modo il servo che aveva davanti, si parò davanti allo sportello e si fece vedere bene in viso.
Il povero frate appena riconobbe chi gli si parava dinnanzi diventò paonazzo in viso, farfugliando scuse e implorando perdono aprì la porta e si fece da parte per far entrare il Vicerè e la sua scorta.


Continua…….




Illustrazioni by Barole