mercoledì 26 maggio 2010

Il Disertore - parte seconda.



Il sole era ormai alto nel cielo e il suo calore insieme all’umidità del fiume rendeva l’aria soffocante e appiccicosa.
Il giovane calzato di pesanti scarponi e con i polpacci protetti da robusti gambali di cuio attraversò di corsa incurante delle spine alcuni piccoli cespugli di “tirìa” lungo il pendio scosceso che portava al fiume.
Scelse un punto con delle pietre affioranti e a salti veloci lo attraversò. Una volta giunto dall’altra parte risalì la riva e si infilò in un grande cespuglio di lentisco che a sua volta era protetto dall’ombra di un gigantesco olivastro. In quella zona chiamata “Murajos” la vegetazione per chilometri e chilometri era costituita prevalentemente da olivastri, lentisco, perastri e ginestre spinose (tirìa) in una consociazione che a volte creava una barriera impenetrabile agli uomini e ai grandi animali.

Nascosto agli sguardi dall’enorme macchia di lentisco che lo ospitava, Antonio Grigula si tolse il fucile calibro dodici che aveva ad armacollo agì sulla chiave di apertura ed estrasse le due cartucce dalla bascula per sostituirle con altre due che tolse dalla cartucciera che gli attraversava il petto. Terminata l’operazione richiuse il fucile, lo poggiò accanto a se, estrasse dalla cintola un grosso coltello a serramanico fatto a mo’ di “navaja” spagnola e lo usò per tagliarsi una fetta di pane da una grossa focaccia che teneva dentro il tascapane insieme ad una zucca secca svuotata che serviva da contenitore per l’acqua.
Mentre masticava lentamente il pane non distolse mai lo sguardo dalla riva opposta del fiume dove si scorgeva la fine di uno stretto sentiero che sbucava da un sotto la copertura degli alti olivastri che costeggiavano le rive del fiume.
Terminato il pane e dissetatosi dalla zucca, il giovane raccolse la doppietta e dopo essersi accoccolato la dispose di traverso sulle ginocchia e si mise in attesa.

Passarono pochi minuti e dalla riva opposta del fiume, in direzione del piccolo sentiero iniziarono ad arrivare dei rumori come di un trapestìo in avvicinamento.
Grigula trattenne il respiro mentre un viso barbuto fece capolino alla fine del sentiero e si volse prima da una parte e poi dall’altra controllando i paraggi. Probabilmente rassicurato da quanto aveva visto uscì allo scoperto e scese fino alla riva del fiume.
Dalla sua postazione il giovane nascosto dirimpetto, vide un uomo vestito con una camicia senza colletto e un paio di pantaloni sporchi e lisi in velluto. Ai piedi calzava delle scarpe sfondate ed in mano teneva una roncola.
L’uomo si volse verso il sentiero e lasciò uscire dalle labbra un sibilo quasi impercettibile  che era sicuramente un segnale di via libera perché subito dopo dal sentiero sbucarono due grossi buoi dal manto rosso scuro che quasi pareva nero, seguiti da un secondo uomo che con “su puntorzu” li spinse fuori dal sentiero con l’intenzione di fargli attraversare il fiume nel punto in cui era fermo l’uomo con la roncola.
L’operazione si svolse senza eccessive difficoltà e i buoi sospinti alle spalle da entrambi risalirono la riva e iniziarono ad addentrarsi nella macchia seguendo una traccia di sentiero che passava proprio a poca distanza da dove era appostato Grigula.

- Commo podeùs comminzàre a esser prus tranchìllos! – disse a bassa voce l’uomo con la roncola rivolgendosi al suo compagno. Questi lo affiancò lungo il piccolo sentiero e rispose

Creo chi si. Si fìnzas sunt criccandèsi han penzàu ca eus toccàu cara a Paule passande de su camminu de sa Contonera non ca eus truncau de innoghe. Comente lompèus a in artu in sa costèra, tiràus a destra e chi calàus finzas a sos sartos de Baulàu. Innìe du est su compradòre ispettande su Iu, po chiddu calare ‘erettu a Campidanu.

- Ah ah ah, si finzas dos han a tzirrìaos sos Carabbineris a caddu! Cussos duos brentònes si chi ‘essini a su sartu poi toccat a criccàre a issos puru!  

Mentre andavano così dicendo compiacendosi della loro scaltrezza, non si accorsero del movimento alle loro spalle finche non sentirono lo scatto dei cani del fucile che si armavano e una voce che diceva – Bellu est s’arrìsu, ma oe du fèis cun corzòlu! Fermi dove siete e giratevi tutt’e due lentamente! Al primo movimento brusco vi scarico entrambe le canne addosso e vi avverto che le cartucce sono caricate a pallettoni.

I due fecero quanto intimato e si voltarono piano piano. Appena terminato il giro su se stessi videro la persona a cui apparteneva la voce.
Colui che li teneva sotto il tiro di un calibro dodici puntato all’altezza della loro pancia, era un giovanotto alto con una barba corta e rada che gli scuriva il viso, lunghi capelli castano chiaro raccolti dietro la nuca con una corta treccia alla moda femminile. Indossava una camicia bianca con un corpetto di panno scuro. Il petto era attraversato da un lato da una cartucciera e dall’altro dalla cinghia in cuoio di un tascapane. Pantaloni scuri in velluto liscio e gambali completavano l’abbigliamento insieme ad un berretto  con la visiera corta.
Si guardarono in faccia con la muta domanda reciproca non formulata “ Da dove diavolo è sbucato questo qua e chi è? “ e poi si volsero nuovamente verso il giovane che, prima che potessero aprir bocca continuò – Tu! butta a terra “ sa cavuna “ e tu molla “ su puntorzu “ – disse indicando con la canna del fucile prima uno e poi l’altro.
Entrambi fecero quanto loro ordinato e gettarono a terra gli oggetti che tenevano in mano.

- Adesso prendete questa fune e legatevi le mani uno con l’altro, da bravi compagni! – ordinò Grigula lanciando loro una corda che aveva estratto dal tascapane mentre continuava a tenerli sotto la minaccia del fucile.
Una volta che i due ebbero ultimato l’operazione richiesta si avvicinò e legò il capo della fune rimasto ad un olivastro li vicino in modo che i due ladri non potessero muoversi mentre procedeva a perquisirgli le tasche dei pantaloni da cui saltarono fuori una grossa “ arresòrza “ e un vecchio revolver con il percussore a spillo e sei colpi nel tamburo.

- Guarda, guarda! È con questa che avete minacciato il servo pastore prima di legarlo e portare via il giogo dei buoi? – chiese mentre riponeva dentro il tascapane pistola e coltello. – Peccato che non abbiate fatto in tempo ad usarla ora, vero? – continuò avvicinandosi ai due prigionieri sempre puntando loro il fucile addosso.
Il più alto dei due, quello che aveva l’aria di essere il capo, con mal celata rabbia sibilò – Ma tue chie dìaulu ses? E itte cheres? Si si che lassas andare sa mettàde de su ‘inàri de sos bòes est po’ te! Tenèus su cumpradòre prontu e in campidanu su bistiàmmene du pàgana bene!

Il giovane ascoltò la proposta e sorridendo scosse la testa. Appoggiò il fucile al tronco di un albero e si sedette all’ombra di fronte ai due ladri. Trasse mezzo sigaro toscano da una tasca del panciotto, lo accese con un fiammifero sfregandolo su una pietra vicina e dopo aver cacciato alcuni sbuffi di fumo rispose – Se avessi intenzione di vendere gli animali non mi accontenterei certo della metà dei soldi. Vi ho inseguito per tutta la notte e ho intuito le vostre intenzioni, perciò vi ho anticipato e tagliando in mezzo alla boscaglia sono arrivato prima di voi al guado. Anche se avete fatto di tutto per non fare rumore le tracce del vostro passaggio erano evidenti.

- Allora cosa intendi fare di noi? – chiese quello barbuto. – Ci vuoi consegnare a sa Forza?

- Dipende! Vedi, io non credo che abbiate fatto tutto di testa vostra….come facevate a sapere che i buoi sarebbero stato al pascolo in sa Tanch’e su Canònigu in attesa di iniziare i lavori di aratura? Scommetto che sapevate anche che come guardiano ci sarebbe stato un ragazzino che non avrebbe fatto nessun tipo di reazione vedendosi di fronte due uomini armati. Quindi o avete un informatore o questo è un furto su commissione.

- T’isbaglias, pitzòccu – rispose il più alto. – passavamo di lì e abbiamo visto su Iu con solo un ragazzo di guardia e ci è sembrato facile portaglielo via, tutto qua!

Grigula spense il sigaro tirando via la brace con l’unghia del pollice e lo rimise nella tasca del panciotto. Si alzò in piedi e si avvicinò ai due legati all’albero estraendo contemporaneamente dalla cintura l’enorme coltello a serramanico con cui prima aveva affettato il pane. Con un gesto rapido del pollice lo aprì e prima che uno dei due ladri riuscisse a muoversi lo piazzò sotto il collo di quello barbuto che sussultò atterrito ma rimase immobile.

Poi si rivolse all’altro  - Credi che abbia fatto tutta questa strada inseguendovi per sentirmi raccontare delle bugie? Adesso ti spiego due cosette… sono stato incaricato dalle sorelle Serchis proprietarie del giogo dei buoi, di recuperare le bestie rubate.
Stà di fatto che questo è il quarto furto che subiscono nel giro di un mese. Prima sono stati rubati 5 cavalli che erano al pascolo in sos livarios, dopo è stata la volta di un “coppiòne “ di 60 pecore, poi 3 vitelli presi direttamente dalla stalla e ora i buoi. E tu vuoi farmi credere magari di non sapere niente degli altri furti o che anche lì “passavate per caso”?
Finito di pronunciare le ultime parole accentuò la pressione del coltello sulla gola del malcapitato ladro che iniziò a deglutire a vuoto e a urlare – Per, carità digli quello che vuole sapere! Custu mi ‘occhidi!

Il compagno guardò prima Grigula negli occhi e poi il coltello che premeva sempre di più sulla gola del disgraziato legato insieme a lui e si decise – Bandat bene. Togli s’arresorza, ti dirò quello che vuoi sapere. Ad un patto però… devi promettere che non ci consegnerai a sa Forza e ci lascerai andare per la nostra strada. Quello che ti dirò ci costerebbe molti anni di galera e sia io che il mio compagno abbiamo moglie e figli da mantenere. Sono tempi duri… e chi non ha né terreni né bestiame si arrangia come può.

- Qualcosa di quello che mi dirai probabilmente lo so già. Però ho bisogno di conferme e in questo solo voi potete essermi di aiuto. Facciamo questo accordo allora, voi mi dite tutto quello che sapete e io una volta che saremo tornati sulla strada per Bonarcanto vi lascerò liberi di andare ad impiccarvi da un’altra parte.  Inizia col dirmi i vostri nomi …

Il ladro annuì con la testa e dopo un cenno d’intesa col suo compagno raccontò che i furti effettivamente erano stati eseguiti su commissione. – Mi chiamo Cosimo Zurretta e lui è mio cugino Basilio. Un paio di mesi fa’ mentre ero in una “barracca” a bere per la festa di ” santu Iorzu “ a Milis, si è avvicinato uno che conosco e fa’ “su tzeraccu” a Bonarcanto. Ha cumbidàto mezzo litro di Vernaccia e abbiamo iniziato a parlare di lavoro, di bestiame e di altro. A un certo punto mi chiese se fossi interessato a guadagnare una bella sommetta con dei lavoretti puliti puliti …  Senti… prima di continuare potresti darci un po’ d’acqua? Con questo caldo e la polvere ho la gola talmente secca che sembra fatta di “ urtìgu”!

Grigula estrasse dal tascapane la zucca con l’acqua, gliela avvicinò alla bocca e questi mandò giù un paio di avide sorsate prima che fosse passata al barbuto al suo fianco.
Una volta dissetatosi,  Cosimo riprese il suo racconto – Dicevo … che il tizio mi stava offrendo di guadagnare facilmente dei quattrini. Ora, siccome non navigavo nell’oro gli dissi che ero interessato e volevo saper di che cosa si trattava. Lui però rispose che quello non era posto per parlarne, che c’erano troppe orecchie che potevano sentirci; propose di incontrarci di nuovo dopo tre giorni verso mezzanotte, vicino alla chiesetta di Santa Cristina nella strada che porta a Paulilatino. Nel frattempo mi disse anche di cercarmi un compagno fidato ché bisognava essere almeno in due per quello che mi doveva proporre.  Così io ho cercato a mio cugino Basilio e dopo tre giorni siamo andati insieme all’appuntamento.
Eravamo li già da una mezzoretta, tanto che stavo già pensando che fosse tutto un imbroglio… una burla, mi’! Quando abbiamo sentito rumore di cavalli arrivando! Allora ci siamo riparati al buio del muro della chiesa ché non sapevamo chi era. Il cavallo era uno solo e si fermò davanti allo spiazzo della chiesetta, dopo una voce chiamò il mio nome e io la riconobbi ché era quella della persona che ci aveva fatto venire fino a lì.
Siamo usciti dall’ombra e ci siamo fatti vedere e riconoscere, e quello allora è sceso dal cavallo…

- Quello chi? – lo interruppe spazientito Grigula. – Stai parlando da mezzora e ancora non hai fatto il nome di questa persona. Forza! Dimmi chi è … è uno di Bonarcanto?

- Credo di si. Almeno di sicuro lavora per uno di Bonarcanto, so solo che è quello che dirige tutti gli affari di campagna di un grosso possidente. Io lo conosco col nome di Austìnu Zedda . – a sentire quel nome la fronte del giovane si aggrottò, interruppe il racconto chiedendo - Potresti descrivermelo? Voglio essere sicuro che mi stai dicendo la verità!

Il ladro rifletté un attimo e poi si lanciò in una descrizione dell’uomo che li aveva ingaggiati. – È alto quasi quanto te.  Magro, con il viso lungo e un naso che sembra il becco di un corvo. Porta sempre un berretto di fustagno nero e stivali “a corrìas”.
Il ritratto corrispondeva perfettamente al nome di Austìnu Zedda. Il suo padrone era il più grosso possidente di Bonarcanto. Sebastiano  Selis da tutti chiamato Don Tattànu.
Abitava in un grande casa padronale a nord est dei confini dell’abitato con un enorme giardino in cui erano coltivati alberi da frutto che venivano irrigati grazie all’acqua raccolta in un enorme vascone. Nella parte posteriore della casa c’erano le stalle per il ricovero dei cavalli e Don Tattànu ne andava particolarmente fiero in quanto si vantava di avere le migliori bestie della zona, più belle addirittura di quelle che venivano allevate a Santu Lussurgiu!
Era anche il più grosso proprietario terriero e possedeva livariòs, tancas, vigneti e terreni coltivati a grano. Oltre a questo aveva una cinquantina fra vacche e vitelli e quasi trecento pecore; in pratica era l’uomo più ricco di Bonarcanto e ultimamente con la guerra si era arricchito ancora di più fornendo per l’esercito cavalli, grano, olio e bestiame da carne tutto a prezzi che erano quasi raddoppiati dall’inizio della guerra.
Va da sé che per mandare avanti tutto non poteva bastare solo lui perciò aveva decine di braccianti e tzeraccos che lavoravano alle sue dipendenze, compreso Zedda che era per così dire il suo braccio destro e lo serviva fedelmente già da una decina di anni.  

Grigula valutò quanto appena sentito dal suo prigioniero e lo invitò a continuare, cosa che quello fece. - Quando scese da cavallo si avvicinò e chiese chi era la persona che era con me. Dopo essere stato rassicurato sull’affidabilità di mio cugino andò dritto al sodo. Ci chiese se eravamo disposti ad eseguire alcuni furti di bestiame nei posti che lui ci avrebbe indicato. Disse anche che praticamente non c’erano rischi, che il bestiame rubato era da consegnare a lui e che ci avrebbe ricompensato generosamente. Io e Basilio abbiamo accettato e allora lui ci ha dato la pistola e ci ha detto dove potevamo trovare i cavalli e dove portarli una volta presi.
Dopo i cavalli abbiamo fatto gli altri furti, tutti grazie alle sue informazioni.

- E come mai il giogo dei buoi lo stavate portando invece da un'altra parte?

- Perché quello ha detto che lo lasciava a noi. Ha detto che era troppo pericoloso a prenderlo lui ché se qualcuno lo vedeva lo avrebbe riconosciuto, quindi potevamo farne quello che volevamo.

Ormai il quadro della vicenda era chiaro. Restava però da scoprire se chi aveva ingaggiato i due ladri agiva per proprio conto o per ordine del suo padrone. A questo né Cosimo né suo cugino potevano rispondere, perciò Grigula non si disturbò neanche a chiederglielo. Si mise il fucile ad armacollo e si avviò a riportare indietro i buoi che intanto brucavano fra i cespugli ad un centinaio di metri di distanza.
Ormai era quasi mezzogiorno e il caldo si faceva sentire anche sotto la protezione degli alberi, ma il giovane sapeva che il tragitto di ritorno sarebbe stato lungo con l’impiccio dei due buoi da riportare indietro e non voleva ritardare oltre la partenza. Radunò le due bestie e con l’aiuto de su puntorzu che aveva preso ai ladri le spinse in direzione del fiume.
Mentre scendeva verso la riva passò davanti all’olivastro dove erano ancora legati i suoi prigionieri, raccolse al volo da terra sa cavuna del barbuto Basilio e continuò a trubare le bestie.

- OH! – gridò Cosimo Zurretta vedendolo andar via. – A inùe ses andande? Hai promesso che ci avessi liberato se ti avessi detto quello che sapevo! Non vorrai mica lasciarci legati qui?

Il giovane si fermò al sentire le parole urlate dal ladro. Si voltò e disse – Io mantengo sempre quello che prometto! – e con uno strano sogghigno sulle labbra aprì l’enorme coltello che aveva alla cintola e si avvicinò ai due uomini legati all’albero.



Continua...




lunedì 10 maggio 2010

Il Disertore - parte prima.

Il rumore degli zoccoli dei cavalli risuonava lungo le strette viuzze del paese semiaddormentato.
Dagli "isportellittos" socchiusi, occhi sospettosi seguivano il passaggio dei due Carabinieri a cavallo appena arrivati da Seneghe.
Come consuetudine facevano il giro del paese prima di andare a ricoverare i cavalli in una stanza al piano terra adibita a stalla, nel palazzotto che diversi anni dopo sarebbe stato utilizzato come Casa Comunale.
Una volta sistemati i cavalli " sa Forza " come veniva chiamata da quelle parti l'Arma dei Carabinieri, si sarebbe spostata a piedi all'interno dell'abitato del villaggio di Bonarcanto in modo da fare il meno rumore possibile e non allarmare chi era all'opera per infrangere questa o quella legge.
Come la distillazione abusiva di " S'abbardente " ad esempio, che infrangeva il divieto sui monopoli di Stato, ma che nei villaggi del Montiferru era prassi comune prodursi in casa con l'ausilio di un alambicco di rame posto all'interno di una grossa tanica piena di acqua fredda e collegato ad un recipiente in metallo chiuso ermeticamente e pieno del vino che evaporando prima e raffreddandosi poi al passaggio all'interno dell'alambicco, avrebbe prodotto goccia a goccia un potente liquore vicino ai 60° chiamato appunto " Abbardente " in quanto tradotto letteralmente dall'equivalente spagnolo " Aguardiente ".

Quel giorno il servizio a Bonarcanto era stato affidato a due attempati militari che difficilmente vista l'età e la stazza, con l'aggravio dell'ostacolo costituito dai rigidi stivali da cavallerizzo e dalla divisa in tessuto di lana spessa, sarebbero riusciti a fare per intero il giro di ronda.
In quella fine di estate del 1917 la richiesta di uomini validi per il Fronte aveva ridotto l'organico della piccola caserma di Seneghe a soli tre elementi. Il Brigadiere comandante di stazione e appunto i due carabinieri quasi sessantenni che si apprestavano ad effettuare la periodica routine di controllo in " sa Idd'e su Miraculu ".
Una volta terminato di accudire i cavalli, usciti all'esterno rimasero per un attimo abbagliati dal sole che nel frattempo era sorto completamente e iniziava a far sentire il suo calore. Si era ai primi di settembre e le piogge autunnali erano ancora lontane; i muri delle case e l'acciottolato ancora stentavano a raffreddarsi completamente la notte e il calore che rilasciavano  contribuiva a mantenere quella cappa di caldo che già di primo mattino gravava sul villaggio.
Perciò, entrambi tergendosi il sudore dal viso e dal collo con un grosso fazzoletto, i due Carabinieri percorsero solo poche centinaia di metri prima di infilarsi nella frescura buia e invitante del " zillèri " di Antoniccu Sarteddu.

Su zillèri era una stanza posta sotto il piano stradale e aveva al di sopra l’abitazione del proprietario con cui comunicava tramite una scala in legno. A Bonarcanto era l’unico punto di ritrovo dove si andava a spendere quei pochi quattrini che a volte si incassavano per compenso di qualche giornata lavorativa, la vendita di qualche maiale o di qualche litro di abbardente.
Non era fornitissimo, anzi praticamente oltre al vino rosso o bianco si poteva trovare della Vernaccia giusto nei giorni della festa della madonna di Bonacatu, dell’anice che veniva consumato a quartini e bevuto in minuscoli bicchierini e s’abbardente che però veniva venduta sottobanco perché vietata dalla legge.
A volte Antoniccu per invogliare i suoi scarsi clienti offriva qualche piatto di “fae a landinu” in modo da stimolare la sete e farli spendere di più ma, a onor del vero con scarsi risultati vista la miseria in cui versavano la maggior parte dei bonarcantesi, sia per le croniche condizioni di scarsità di risorse sia per le requisizioni e  i conseguenti razionamenti imposti dallo Stato in guerra contro l’Austria – Ungheria.

I due Carabinieri discesero i pochi gradini abbassando la testa in modo da evitare la bassa architrave in trachite della porta e si accostarono al bancone di marmo dove il gestore li attendeva con entrambe le mani appoggiate, le braccia allargate e un espressione interrogativa sul viso.

- Salute Antoniccu, cosa mi racconti? – disse uno dei due avvicinandosi al bancone e togliendosi il moschetto modello ’91 dalla spalla per appoggiarlo alla vicina parete.

- Còntos de piscadore e pagu pische! – rispose su zilleràiu istintivamente, scordandosi che i due militari erano “ continentali “ da pochi anni in Sardegna e non avevano fatto in tempo a impratichirsi nel sardo tanto meno nei dialetti della loro giurisdizione. Infatti oltre a Seneghe e a Bonarcanto prestavano servizio anche a Milis e i tre dialetti non avevano nulla in comune uno con l’altro.
Si corresse immediatamente dicendo  - Cosa vi posso dare? -  quasi che avesse una varietà di scelta tale da esaudire qualsiasi desiderio.
Uno dei due militari era di origine corsa essendo infatti nato in quell’isola e trasferito da piccolissimo in Piemonte, aveva comunque conservato dei parenti in Francia che sovente andava a visitare. Jacques Pastorelli era il suo nome e durante le sue visite oltralpe aveva preso gusto agli usi locali nel consumo di alcolici al gusto di anice e aveva iniziato a questa moda anche il suo collega Gambrelli Aristide, romagnolo che fino ad allora era dedito solo al Lambrusco.
Fu quindi Pastorelli ad ordinare due bicchieri con un po’ di anice allungata con dell’acqua fresca che ha detta sempre del Pastorelli  costituiva una bevanda altamente rinfrescante.
Antoniccu con una smorfia preparò quanto ordinatogli. Prese due bicchieri fra quelli meno sporchi e sbreccati che aveva e in un attimo preparò il beveraggio che mise di fronte ai suoi primi clienti della giornata.

Dopo aver dato una generosa sorsata alla bevanda Gambrelli disse  - Ho saputo di tuo figlio Matteo. Mi hanno detto che è caduto sul Carso comportandosi da eroe e che probabilmente sarà insignito della medaglia d’oro al valore! Sarai orgoglioso! –

Antoniccu Sarteddu era un uomo magro ma robusto, con due grandi mani dalle dita nodose, radi capelli che andavano ingrigendosi pur avendo solo 45 anni e grossi baffi spioventi. Rivolse i suoi occhi neri acquosi al carabiniere e sospirando rispose – Certo. Sono orgoglioso che l’esercito si sia preso il mio unico figlio maschio e mi restituisca una medaglia. Mi sarà molto utile ad aiutarmi sul lavoro e a mantenere la mia famiglia! –  contemporaneamente  si voltò e si mise a trafficare con le damigiane alle sue spalle per nascondere i lucciconi che cadevano dai suoi occhi al pensiero di suo figlio di soli 18 anni morto e sepolto in una terra lontana.
I ragazzi del ’99 li chiamavano. Con i loro 18 anni appena compiuti erano stati arruolati per rinsanguare un esercito che aveva perso centinaia di migliaia di uomini. A Bonarcanto erano una decina quelli del ’99 ed erano partiti tutti. O meglio tutti tranne uno.

Gambrelli arrossì imbarazzato dalla risposta di Antoniccu, trangugiò in un sol colpo quello che restava della bevanda e dopo aver rivolto uno sguardo colpevole al suo collega, si frugò in tasca e depose una moneta sul bancone. Recuperò il suo moschetto e portando la mano alla visiera del cappello in segno di saluto biascicò  - Be’, ora noi dobbiamo andare a completare il nostro giro… ehm, buona giornata. – si girò verso la porta e salì i gradini che lo portarono con sollievo all’esterno dove però si accorse di essere solo. Stava per rientrare in cerca di Pastorelli quando sentì la voce del collega dall’interno del zillèri che  chiedeva  - Non è che si sia fatto vedere in giro il disertore per caso?  Lo sapete che aiutarlo o nasconderlo costituisce reato e si va’ in galera… del resto a voi soprattutto dovrebbe interessare visto che vostro figlio ha risposto alla chiamata alle armi mentre quel delinquente si è dato alla latitanza! –

- Non ho visto nessuno – rispose su zilleràiu e aggiunse – Del resto non devo fare io il vostro lavoro. Ho già abbastanza da fare con il mio per dovermi anche occupare degli altri. -

- Va bene. Ma se vedete o sentite qualcosa siete obbligato ad avvertirci, ricordatelo! –  senza aspettare ulteriore risposta uscì velocemente all’esterno e non sentì Antoniccu che borbottava – S’andàda de su frore ‘e s’ureu fèzzes. Tue e cuss’attru can’e istrèzzu! -

All’esterno dopo aver fatto alcune decine di metri Gambrelli disse al suo collega – Davvero ti aspettavi che ti avrebbe detto qualcosa sul disertore? –

- Più che altro cercavo di capire dall’espressione del viso se aveva qualcosa da nascondere. Certo se tu non avessi preso quella cantonata con la storia della medaglia, forse sarebbe stato più malleabile. Quello che gestisce è l’unico punto di ritrovo di questo buco pulcioso e il vino aiuta ad abbassare le difese, sono sicuro che qualcuno qualcosa l’ha detta. -

- lo penso anch’io. Maledizione! Se solo riuscissimo a prenderlo ci varrebbe un encomio e forse riusciremmo ad andarcene da questo posto infernale dove si crepa dal caldo e c’è sempre questa puzza di carogna che appesta l’aria! -

Pastorelli si accese mezzo toscano e sogghignando rispose – Hai detto bene! Puzza di carogna! Ma lo sai da dove proviene? ...da dietro la Basilica, dove sgorga la sorgente che chiamano su Cantaru. Ho parlato con Zuseppe “arràsigaterra” il becchino del paese e mi ha detto che sotterrano i morti li. Anzi più che sotterrarli li coprono con lastre di pietra che forse appartenevano alle tombe dei frati che c’erano chissà quando. Solo che a forza di camminarci sopra si sfondano aprendo le sepolture con ancora i cadaveri in decomposizione e per quello la puzza… –

- Sono come le bestie! Non basta quello tutto il paese è pieno di maiali e galline che razzolano per strada! C’è merda dappertutto! Non vedo l’ora di andare via! -

Così commentando arrivarono fino al Monte Granatico dove avevano intenzione di fare un'altra sosta.
I Monti Granatici in Sardegna avevano la funzione di garantire le scorte per la semina per metterle a disposizione dei contadini e assicurare loro il prestito in grano. Era amministrato da una persona nominata dal prefetto e rimaneva in carica per 5 anni. Durante quel periodo era suo compito sovrintendere e custodire le scorte di grano, concedere i prestiti e assicurarsi che dopo il raccolto i contadini restituissero il grano aumentato di una piccola percentuale di interesse. Con la vendita di questi ultimi si finanziavano le attività di mantenimento del Monte stesso.
L’amministratore attuale,  nominato dal prefetto, era un confidente dell’Arma dei Carabinieri e pur essendo anch’egli bonarcantese seppur di adozione, non si faceva scrupoli verso i suoi compaesani.
Si chiamava Camillo Selegas ed era figlio del vecchio maestro di scuola Tommaso. Originario di Samatzai, aveva insegnato a Bonarcanto per più trent’anni e dopo essere rimasto vedovo e ormai in pensione era rimasto definitivamente in paese insieme al suo unico figlio che grazie alle sue conoscenze in prefettura era riuscito a far nominare amministratore del Monte Granatico. Ma mentre l’ex maestro che conosceva tutti a Bonarcanto, avendoli avuti quasi tutti come alunni, si considerava ormai un bonarcantese a tutti gli effetti ed era in perfetta sintonia con i suoi paesani, suo figlio Camillo invece era si nato a Bonarcanto e qui aveva fatto le scuole elementari, ma il proseguo dei suoi studi compreso il Liceo erano stati fatti a Santu Lussurgiu dove era ospite della zia materna che era sposata con un possidente del luogo.
Egli perciò crebbe vergognandosi della propria provenienza e per meglio essere accolto nella comunità  in cui si era trasferito, mutuò il disprezzo che avevano i lussurgesi per gli abitanti de sa ‘Idda ‘e su Miraculu convinto che questo lo avrebbe reso uguale ai loro occhi.

Terminato il Liceo però, maestro Tommaso lo fece rientrare suo malgrado a Bonarcanto e dopo un paio di mesi chiese a Pissènte “conch’e ossu” se poteva accompagnarli con la sua “tracca” fino ad Oristano. Il carrettiere acconsentì in cambio di 2 “soddos” e una mattina umida di ottobre li portò fino alla stazione di Oristano dove padre e figlio presero il treno che li portò a Cagliari.
Una volta arrivati si recarono in Prefettura e dopo 2 ore di anticamera furono ricevuti dal Vice-Prefetto che in passato era stato compagno di liceo di maestro Tommaso e che grazie a lui era riuscito a superare gli esami di diploma.
E così, grazie alla raccomandazione del vecchio compagno di scuola di suo padre, Camillo Selegas venne nominato amministratore del Monte Granatico di Bonarcanto.
La cosa invece di fargli piacere, lo irritò molto in quanto per lui voleva dire essere legato a quel paesino che disprezzava e da cui avrebbe voluto fuggire.
Ma per andar via aveva bisogno di soldi  perciò decise di sopportare quei 5 anni da amministratore in modo da accumulare un gruzzolo sufficiente a consentirli di mandare tutto al diavolo e fuggire via. E fu sempre in cambio di soldi che accettò di fare da informatore dei Carabinieri su quanto succedeva e si diceva a Bonarcanto.

L’ufficio dell’amministrazione del Monte Granatico aveva una finestra con le sbarre che dava direttamente sulla strada e Camillo Selegas dalla scrivania posta dirimpetto, scorse i due militari che si apprestavano a bussare al robusto portone in castagno rigorosamente sprangato.
Chiuse il registro che stava aggiornando, si alzò e si recò al portone dove tolta la pesante stanga di legno che lo attraversava in orizzontale, tolse il passante a due robuste serrature e prima ancora che quelli all’esterno bussassero aprì un anta del portone facendo entrare la luce del sole mattutino.

- Buon giorno Pastorelli, buon giorno Gambrelli – disse spostandosi di lato e lasciando spazio all’ingresso dei due militari che non vedevano l’ora di togliersi dal sole ed entrare nella frescura invitante del Monte.
Una volta al’interno e dopo aver richiuso il portone, Selegas li fece accomodare nel suo ufficio su due sedie di fronte alla  scrivania dietro la quale riprese posto.

- Posso offrirvi qualcosa? Un bicchierino di rosolio? O preferite una vernaccina di Solarussa?

- Grazie. Ma in servizio non possiamo bere – disse Pastorelli tacendo del loro passaggio in su zillèri – Siamo passati da lei per sentire se ci sono novità. Il Brigadiere ci terrebbe molto a dimostrare la propria efficienza ai suoi superiori, magari riuscendo a mettere le mani su quel renitente alla leva che si è dato alla macchia. -

- Sempre alla caccia del vostro disertore, eh Pastorelli? Certo che non vi sta’ facendo fare  una bella figura… -

- Be’, se avessimo più forze da impiegare a quest’ora l’avremmo già preso. Ma siamo solo in due e dobbiamo coprire il territorio di 3 paesi perciò il compito è alquanto improbo anche se noi non risparmiamo l’impegno. Per questo siamo passati da lei, per avere qualche informazioni che ci aiuti a catturarlo. -

L’amministratore si mosse sulla sedia un po’ a disagio, si schiarì la voce e dopo mise due dita in una tasca del panciotto e ne trasse una scatoletta metallica. Dopo averla aperta prese un pizzico del suo contenuto, lo avvicinò alle narici alternativamente e inspirò con forza. Subito dopo estrasse un fazzoletto che si portò al naso per coprire due sonori starnuti. Si pulì con cura e prima di riporre la scatoletta la porse ai due militari invitandoli a servirsi, invito che i due rifiutarono con un gesto del capo.

- Il problema non è da poco – disse – Antonio Grigula ha un grosso ascendente qui in paese. Tutti hanno approvato quello che ha fatto e l’amor di patria non è il sentimento più diffuso quaggiù.  L’unica cosa di cui sono certo è che non si è allontanato di molto, ha bisogno di cibo e di protezione, quindi sicuramente è qui in giro nelle campagne, da qualche parte. -

Gambrelli, che aveva ascoltato in silenzio fino a quel momento, chiese – Ma lei signor Selegas, non potrebbe oliare qualche ingranaggio in modo da ottenere qualche informazione certa, che so, dove dorme ad esempio, in modo che possiamo tendergli una trappola e mettergli i ferri? –
Pronunciate le ultime parole mise una busta di carta oleata sulla scrivania e la spinse verso l’amministratore del Monte – Questa è da parte del Prefetto – aggiunse.

Selegas prese la busta e la aprì, diede un occhiata alle banconote che erano all’interno e se la infilò nella tasca interna della giacca.

- Dite pure a Sua Eccellenza che nel giro di un mese al massimo gli porterete Grigula a Cagliari per sottoporlo al Tribunale Militare e condannarlo alla pena che si merita: la forca!

Soddisfatti da quanto appena sentito i due Carabinieri si alzarono in piedi e si diressero verso l’uscita accompagnati dall’amministratore.
Una volta aperto il portone uno dei due si affacciò all’esterno e non vedendo nessuno uscì facendo cenno all’altro di seguirlo.
Questi prima di uscire si rivolse di nuovo a Selegas – Il Brigadiere e il signor Prefetto contano molto su di lei. Spero non voglia deluderli. Sono persone che trattano bene gli amici fedeli ma sono inflessibili con chi delude le loro aspettative. Se lo ricordi – concluse guardandolo dritto negli occhi mentre raggiungeva il suo collega in attesa in strada, dopodiché si avviarono per completare il loro giro.

Camillo Selegas richiuse il portone e sospirando vi si appoggiò contro con la schiena. Forse si era sbilanciato un po’ troppo garantendo la cattura del disertore entro un mese, ma la vista dei soldi e il pensiero di quanti avrebbe potuto averne ancora gli avevano fatto abbandonare la consueta cautela.
Chiuse gli occhi e pregò di non doversene pentire.


Continua.....


mercoledì 5 maggio 2010

Sa Fazòla.

 
Caro, vecchio leit motiv dei post intolleranti BiNettiani sei tornato!

Mi sei mancato tanto, sai? Non era normale per i bonarcantesi residenti e in trasferta rinunciare ad invocare a gran voce “togliti la maschera”, sembrava quasi di essere in un altro posto. Un posto dove ci si confronta sugli argomenti, sulle tesi, sui punti di vista senza dare importanza a chi ne sia veramente l'autore.

Per fortuna sei tornato per mettere fine a questa devianza che correva il rischio di essere destabilizzante scuotendo le fondamenta del “ci conosciamo tutti quindi bada a quel che dici”. Perché bisogna sempre sapere da che pulpito viene la predica prima di decidere se la stessa è illuminante o una solenne stronzata.
E pensare che qualcuno c'era pure cascato e dialogava con i nickname manco fossero persone vere!
Ancora c'è qualcuno che va' a leggere nei blog in cui scrivono dei nick che fanno dell'anonimato la loro arma subdola e mendace.

Leadìnde sa fazòla” e fatti vedere così che possiamo metterti in fuga e far fallire il tuo piano di stravolgere la realtà, offendere le istituzioni civili e religiose, calunniare buoni bonarcantesi residenti e non. Questo deve essere il nuovo motto.

Di tutt'altro spessore sono i pareri e i commenti provenienti da chi è nota l'identità. Essi hanno scelto l'alta via del sacrificio personale mostrandosi col loro vero volto per contribuire, nel rispetto delle leggi e dell'ordine costituito, a migliorare la nostra piccola comunità.
Fulgidi esempi di obiettiva imparzialità e sprezzo del pericolo, nuovi eroi contemporanei  mettono a disposizione la loro saggezza senza remore assumendosi i considerevoli rischi che questo comporta.

Sissignore, perché in questi tempi di rivoltosi eretici, di miscredenti anarchici,  di minzidiòsos e malefueddaòs il valore del pensiero ossequioso e osservante delle convenzioni e delle regole comuni stabilite da generazioni e che costituiscono i pilastri della società civile, non deve andare perso pena l'acquisizione di una nuova coscienza individuale.
Dio non voglia che questo si verifichi!
Bisogna resistere e impegnarsi in prima persona per impedire che il malcostume dello scrivere in anonimato continui ad avvelenare lo spirito puro del bonarcantese.

Perciò ben tornato leit motiv dell'intolleranza!
Ti avevamo perso ma sei tornato da noi e auguriamoci che con noi rimanga sempre.





lunedì 3 maggio 2010

L'ingenuo.


Per tutta la vita sono stato un ingenuo.

Quando mio padre mi forniva la sua visione dei rapporti umani, del lavoro, della vita, ho sempre pensato che fossero parole di uomo di un’altra generazione. Di un uomo non aperto alla modernità e legato ad un mondo che non c’era più e che perciò si rifiutava di ridefinire concetti ormai metabolizzati da decine di anni perché avrebbe comportato mettere in discussione il suo modo di vedere le cose e la sua vita stessa finora trascorsa.
Come poteva pensare un ragazzo di sedici anni che quanto usciva dalla bocca di quello che era il suo unico padre, quella bocca che si apriva solo per disapprovare, irridere le aspettative e le ambizioni di un sognatore poteva un giorno essere riconosciuto come un malriuscito tentativo di comunicare la propria esperienza sulla vera natura ed essenza dell’animo umano?
A volte lo guardavo di nascosto mentre fumava le sue sigarette senza filtro e leggeva un quotidiano, cercando di far collimare quanto leggeva con quanto sapeva lui della vita. Mi dava i suoi consigli quasi che io fossi un adulto e avessi già toccato con mano le incongruenze della vita.
Ma non si può apprendere la verità dalla bocca degli altri. Bisogna prima scottarsi ambedue le mani per poter dire “ Accidenti, cazzo! Aveva ragione….”  Ma ormai le mani sono bruciate e aver recepito ora l’avvertimento che il fuoco brucia non ha più senso.

Il periodo più bello della vita passa e trascorre senza che tu ti accorga della sua bellezza, preso come sei ad inseguire il tuo “diventar grande” e a combattere la noia quotidiana di cui soffrono in quel modo solo i giovani.
In quei momenti gli  amici sono tutto il tuo mondo, passi la maggior parte del tempo con loro e condividi tutto, senza calcoli e senza interessi se non quelli di godere della loro compagnia.
Mai penseresti che questo potrebbe un giorno cambiare. Invece accade. Col crescere dell’età l’inquietudine di qualcosa di incompiuto ti prende e ti ossessiona talmente che rinunci agli ultimi scampoli di spensierata giovinezza per cercarti un lavoro, una tua fonte di reddito di cui fino ad allora non avevi sentito il bisogno perché bastavano quelle poche lire per le uscite e nulla più.
Il problema è che oltre a te anche i tuoi amici sono arrivati al tuo stesso punto e, ma guarda un po’, entrano in competizione con te per gli stessi obiettivi. I colpi bassi, le menzogne e le scuse ingiustificabili diventano pane quotidiano all’interno di questa corsa senza esclusione di colpi.
Che ingenuo a pensare che mai un amico avrebbe tirato a fregarti! Eppure tuo padre, quel tizio strano che ha sempre fumato troppo, ti aveva avvisato di pensare a te stesso e di lasciar perdere gli amici perché ognuno tirava l’acqua al suo mulino. “Ma quando mai” avevi pensato tu allora, non considerando neanche come un ipotetica eventualità che uno dei tuoi amici per puro interesse passasse sopra ai momenti più belli della vostra vita, ai sogni e alle speranze condivise per un miserabile lavoricchio temporaneo.
Invece succede e la delusione è talmente forte e cocente che maledici quel profeta di sventura quasi fosse sua la colpa di quanto accaduto e che col suo dire avesse fatto si che l’assurdo diventasse realtà.

Poi si continua a crescere e insieme all’età iniziano a svanire anche certi ricordi. Alcune amicizie storiche scompaiono sostituite da conoscenze che per equivoco traduci come amicizie. Il lavoro inizia ad avere una parte predominante nel tuo tempo e visto che ci sei cerchi di dare il meglio di te stesso convinto che la realizzazione personale passi attraverso il lavoro. Il tuo capo agevola questa convinzione in modo da avere da te il massimo pur pagandoti il minimo e i tuoi colleghi ne approfittano per far fare a te pezzi dei loro compiti. Ma tu, memore dei bei tempi e delle vecchie amicizie, credi nel lavoro di squadra e nella comunanza di intenti. Pensi  “siamo nella stessa barca” e dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. Peccato tu sia il primo della fila dei vogatori e non ti accorgi che mentre produci il massimo sforzo gli altri alle tue spalle danno un colpo si e l’altro no.
Quando tardivamente ne prendi coscienza e fiducioso nella giustizia che non c’è provi a informare il tuo capo, egli minimizza, cerca di convincerti che è tutto un equivoco perché in fondo se la barca è andata avanti vuol dire che il meccanismo funziona e tu hai solo travisato quanto è accaduto.

Di fronte all’ingiustizia si prova sempre un shock iniziale che si trasforma poi in stupito stupore allorché si va’ oltre e in uno step successivo ti vengono chiesti anche compromessi con la tua coscienza, azioni che sono in bilico fra il lecito e l’illecito ma che sono sicuramente immorali e violentano fortemente la tua coscienza.
E sei fregato. Il tempo è andato così avanti e tu hai preso troppi impegni con famiglia, con banche, con una posizione sociale che non ti consentono di dire “fottiti” e andare via sbattendo la porta.
Come l’ultimo dei pirla ormai sei ostaggio del sistema e il coraggio dei tuoi primi vent’anni non c’è più.

Eppure con l’ultima briciola di ottimismo cerchi di non perdere fiducia nelle persone, di pensare che quando si comportano male non lo fanno apposta e che in fondo siamo tutti uguali, tutti con le stesse debolezze e gli stessi bisogni. Perciò cerchi di farti conoscere, apprezzare, ti offri in soccorso di tutte le anime vaganti in preda a crisi di panico ansioso e affamate di comprensione umana finché quando il morbo avvelena anche te non trovi nessuno disposto a darti più neanche cinque miseri minuti del suo tempo e realizzi finalmente ma comunque troppo tardi, che quel signore dal volto rugoso e scurito dal sole che sembrava non avere per te nessun tipo di affetto a modo suo ti aveva predetto il futuro.



Ciao Gri’, che fai?

Ma niente. Sto’ leggendo un libro…..

Come si intitola?

L’ingenuo.

È bello?

Non so’, l’ho appena iniziato….



 

domenica 2 maggio 2010

Nuovi Forum, vecchi vizi.

Orbene, mi tocca rimettere mano ad un argomento già affrontato in passato ma che, alla luce di quanto sta' accadendo nell'ultima settimana, necessita di una ripassata puntualizzatrice.

Bonarcanto è un luogo in cui non si fa' in tempo a creare qualcosa che la stessa diventa una moda e fioriscono gli emulatori e gli imitatori. E' stato così per i cori ad esempio, fatto il primo ora ce ne sono addirittura 4 di cui uno femminile. Chiaramente non fanno gioco di squadra e ognuno cerca di ricavarsi il suo spazio a volte a danno degli altri.

Ora prolificano invece gli spazi virtuali. Quelli sul Web.

Partiti da B.Net del nostro eroe contemporaneo Polgames, che ha già da un paio d'anni fornisce una piazza virtuale in cui nickname più o meno anonimi si confrontano, discutono e a volte litigano ( ne so qualcosa! ) cercando si spera, di creare qualcosa di produttivo che contribuisca a far fare degli "steps" significativi all'intera comunità, passando per i 2 Blog del sottoscritto fino ad arrivare ad un altro forum fresco fresco di linea che è appunto ora l'oggetto del mio scrivere.

Tempo fa' sull'onda di un fatto di cronaca pubblicai un post in cui facevo delle riflessioni sul fenomeno dello stalking che ora è regolamentato da una legge ma che secondo me, pur senza nessuna intenzione di creare riferimenti oggettivi alla realtà del caso di cronaca, interveniva comunque a cambiare in modo significativo i rapporti interpersonali.
La vicenda da cui trasse spunto il mio post di recente ha avuto un ulteriore sviluppo di cui si sono occupati abbondantemente i giornali, l'opinione pubblica bonarcantese ( se  così vogliamo chiamare il pettegolezzo da strada, bar e quant'altro ) nonché sul forum di B.Net con un post che inneggiava alla giustizia trionfatrice per mano dei solerti esponenti della forza pubblica qui stanziati. A tal proposito ho espresso il mio dissenso e deplorato questo modo di affrontare i problemi complessi enfatizzando comportamenti e stigmatizzando persone sulla base del sentito dire o di articoletti su quotidiani locali.
Dopo le conseguenti discussioni pro e contro l’episodio su B.Net si è chiuso nel giro di un paio di giorni. Ma non è finita qui.
Sul neonato nuovo forum l’amministratore e creatore dello stesso pubblica l’articolo integrale preso dall’Unione Sarda. Essendo anch’io uno degli iscritti e addirittura con potestà di moderatore, mi sono dissociato da questa iniziativa e ho chiesto la cancellazione della notizia dicendo che altrimenti non avrei più scritto su quel forum.

Questo in pratica l’antefatto. Il fatto invece è che un paio di utenti di questo forum hanno visto una “forzatura” da parte mia e nelle mie richieste quasi un ricatto all’amministratore del forum. Pertanto essendo io contumace per mia volontà, ne hanno approfittato per lanciare ridicole accuse volte a delegittimarmi e descrivermi come un personaggio che ha da dire su tutto e tutti ritenendosi a torto al di sopra dei peccati.
Chiaramente quando ho da dire qualcosa la dico, o meglio la scrivo senza pensare minimamente di fare chissacché di eccezionale ne tantomeno penso di avere bisogno del permesso di questo o di quello, e queste persone infastidite dai miei argomenti possono tranquillamente non leggere i miei post se non gradiscono ciò che scrivo o il mio modo di vedere le cose.
Perché poi alla fine è tutto lì. L’aver detto a chiare lettere che pubblicare una notizia di cronaca scandalistica dopo che era di dominio pubblico da giorni e giorni spacciandolo per un misero tentativo di fare informazione. Quel tipo di informazione poi che proviene dai mass media e dalla stampa più becera che fregandosene dell’umanità delle persone rovista nel torbido per solleticare pruderie e curiosità di bassa lega e dubbio gusto, ha scatenato la reazione di alcuni individui che credono ancora che focalizzare l’attenzione sul fatto singolo possa in un certo qual modo servire a risolvere problemi di portata sociale.
Diversi altri iscritti al forum, tutte di sesso femminile fra l’altro, hanno provato a far notare che anche loro condividevano il mio punto di vista e che soprattutto si affronta il problema, in questo caso lo stalking, in maniera generale e nella sua complessità e non speculando su notizie che interessano in prima persona dei nostri concittadini e che il farlo è solo una sorta di “sciacallaggio” che anche loro censuravano.
Ogni tipo di richiamo è rimasto inascoltato. Anzi ….si è aggiunto qualcun altro che ha ripreso il caro vecchio motivetto “togliti la maschera” accusandomi, lui pure da dietro un nickname, di approfittare dell’anonimato per dire quello che dico! Allucinante!
Sono circa 6 mesi che bazzico nei forum e ancora leggo di chi da’ più importanza al CHI dice le cose rispetto a COSA dice!

Dopo tutto questo la domanda sorge spontanea: per rimanere a cotanto livello di pochezza intellettuale e di bassezza mentale e morale vale la pena avere a disposizione ben due forum e alcuni Blog?

Bonarcanto nonostante gli sforzi di alcuni verso il cambiamento di mentalità spinge au contraire verso il conservazionismo, punta i piedi riottosamente, appigliandosi a presunte invidie e congiure rifiuta "l'altro punto di vista" e colpevolmente non interviene sullo lo stato comatoso di una piccola società piena di problemi e ingiustizie di cui però pochi vogliono sentir parlare.

È giusto tentare di contrapporsi a questo stato delle cose?