Il sole era ormai alto nel cielo e il suo calore insieme all’umidità del fiume rendeva l’aria soffocante e appiccicosa.
Il giovane calzato di pesanti scarponi e con i polpacci protetti da robusti gambali di cuio attraversò di corsa incurante delle spine alcuni piccoli cespugli di “tirìa” lungo il pendio scosceso che portava al fiume.
Scelse un punto con delle pietre affioranti e a salti veloci lo attraversò. Una volta giunto dall’altra parte risalì la riva e si infilò in un grande cespuglio di lentisco che a sua volta era protetto dall’ombra di un gigantesco olivastro. In quella zona chiamata “Murajos” la vegetazione per chilometri e chilometri era costituita prevalentemente da olivastri, lentisco, perastri e ginestre spinose (tirìa) in una consociazione che a volte creava una barriera impenetrabile agli uomini e ai grandi animali.
Il giovane calzato di pesanti scarponi e con i polpacci protetti da robusti gambali di cuio attraversò di corsa incurante delle spine alcuni piccoli cespugli di “tirìa” lungo il pendio scosceso che portava al fiume.
Scelse un punto con delle pietre affioranti e a salti veloci lo attraversò. Una volta giunto dall’altra parte risalì la riva e si infilò in un grande cespuglio di lentisco che a sua volta era protetto dall’ombra di un gigantesco olivastro. In quella zona chiamata “Murajos” la vegetazione per chilometri e chilometri era costituita prevalentemente da olivastri, lentisco, perastri e ginestre spinose (tirìa) in una consociazione che a volte creava una barriera impenetrabile agli uomini e ai grandi animali.
Nascosto agli sguardi dall’enorme macchia di lentisco che lo ospitava, Antonio Grigula si tolse il fucile calibro dodici che aveva ad armacollo agì sulla chiave di apertura ed estrasse le due cartucce dalla bascula per sostituirle con altre due che tolse dalla cartucciera che gli attraversava il petto. Terminata l’operazione richiuse il fucile, lo poggiò accanto a se, estrasse dalla cintola un grosso coltello a serramanico fatto a mo’ di “navaja” spagnola e lo usò per tagliarsi una fetta di pane da una grossa focaccia che teneva dentro il tascapane insieme ad una zucca secca svuotata che serviva da contenitore per l’acqua.
Mentre masticava lentamente il pane non distolse mai lo sguardo dalla riva opposta del fiume dove si scorgeva la fine di uno stretto sentiero che sbucava da un sotto la copertura degli alti olivastri che costeggiavano le rive del fiume.
Terminato il pane e dissetatosi dalla zucca, il giovane raccolse la doppietta e dopo essersi accoccolato la dispose di traverso sulle ginocchia e si mise in attesa.
Passarono pochi minuti e dalla riva opposta del fiume, in direzione del piccolo sentiero iniziarono ad arrivare dei rumori come di un trapestìo in avvicinamento.
Grigula trattenne il respiro mentre un viso barbuto fece capolino alla fine del sentiero e si volse prima da una parte e poi dall’altra controllando i paraggi. Probabilmente rassicurato da quanto aveva visto uscì allo scoperto e scese fino alla riva del fiume.
Dalla sua postazione il giovane nascosto dirimpetto, vide un uomo vestito con una camicia senza colletto e un paio di pantaloni sporchi e lisi in velluto. Ai piedi calzava delle scarpe sfondate ed in mano teneva una roncola.
L’uomo si volse verso il sentiero e lasciò uscire dalle labbra un sibilo quasi impercettibile che era sicuramente un segnale di via libera perché subito dopo dal sentiero sbucarono due grossi buoi dal manto rosso scuro che quasi pareva nero, seguiti da un secondo uomo che con “su puntorzu” li spinse fuori dal sentiero con l’intenzione di fargli attraversare il fiume nel punto in cui era fermo l’uomo con la roncola.
L’operazione si svolse senza eccessive difficoltà e i buoi sospinti alle spalle da entrambi risalirono la riva e iniziarono ad addentrarsi nella macchia seguendo una traccia di sentiero che passava proprio a poca distanza da dove era appostato Grigula.
- Commo podeùs comminzàre a esser prus tranchìllos! – disse a bassa voce l’uomo con la roncola rivolgendosi al suo compagno. Questi lo affiancò lungo il piccolo sentiero e rispose
– Creo chi si. Si fìnzas sunt criccandèsi han penzàu ca eus toccàu cara a Paule passande de su camminu de sa Contonera non ca eus truncau de innoghe. Comente lompèus a in artu in sa costèra, tiràus a destra e chi calàus finzas a sos sartos de Baulàu. Innìe du est su compradòre ispettande su Iu, po chiddu calare ‘erettu a Campidanu.
- Ah ah ah, si finzas dos han a tzirrìaos sos Carabbineris a caddu! Cussos duos brentònes si chi ‘essini a su sartu poi toccat a criccàre a issos puru!
Mentre andavano così dicendo compiacendosi della loro scaltrezza, non si accorsero del movimento alle loro spalle finche non sentirono lo scatto dei cani del fucile che si armavano e una voce che diceva – Bellu est s’arrìsu, ma oe du fèis cun corzòlu! Fermi dove siete e giratevi tutt’e due lentamente! Al primo movimento brusco vi scarico entrambe le canne addosso e vi avverto che le cartucce sono caricate a pallettoni.
I due fecero quanto intimato e si voltarono piano piano. Appena terminato il giro su se stessi videro la persona a cui apparteneva la voce.
Colui che li teneva sotto il tiro di un calibro dodici puntato all’altezza della loro pancia, era un giovanotto alto con una barba corta e rada che gli scuriva il viso, lunghi capelli castano chiaro raccolti dietro la nuca con una corta treccia alla moda femminile. Indossava una camicia bianca con un corpetto di panno scuro. Il petto era attraversato da un lato da una cartucciera e dall’altro dalla cinghia in cuoio di un tascapane. Pantaloni scuri in velluto liscio e gambali completavano l’abbigliamento insieme ad un berretto con la visiera corta.
Si guardarono in faccia con la muta domanda reciproca non formulata “ Da dove diavolo è sbucato questo qua e chi è? “ e poi si volsero nuovamente verso il giovane che, prima che potessero aprir bocca continuò – Tu! butta a terra “ sa cavuna “ e tu molla “ su puntorzu “ – disse indicando con la canna del fucile prima uno e poi l’altro.
Entrambi fecero quanto loro ordinato e gettarono a terra gli oggetti che tenevano in mano.
- Adesso prendete questa fune e legatevi le mani uno con l’altro, da bravi compagni! – ordinò Grigula lanciando loro una corda che aveva estratto dal tascapane mentre continuava a tenerli sotto la minaccia del fucile.
Una volta che i due ebbero ultimato l’operazione richiesta si avvicinò e legò il capo della fune rimasto ad un olivastro li vicino in modo che i due ladri non potessero muoversi mentre procedeva a perquisirgli le tasche dei pantaloni da cui saltarono fuori una grossa “ arresòrza “ e un vecchio revolver con il percussore a spillo e sei colpi nel tamburo.
- Guarda, guarda! È con questa che avete minacciato il servo pastore prima di legarlo e portare via il giogo dei buoi? – chiese mentre riponeva dentro il tascapane pistola e coltello. – Peccato che non abbiate fatto in tempo ad usarla ora, vero? – continuò avvicinandosi ai due prigionieri sempre puntando loro il fucile addosso.
Il più alto dei due, quello che aveva l’aria di essere il capo, con mal celata rabbia sibilò – Ma tue chie dìaulu ses? E itte cheres? Si si che lassas andare sa mettàde de su ‘inàri de sos bòes est po’ te! Tenèus su cumpradòre prontu e in campidanu su bistiàmmene du pàgana bene!
Il giovane ascoltò la proposta e sorridendo scosse la testa. Appoggiò il fucile al tronco di un albero e si sedette all’ombra di fronte ai due ladri. Trasse mezzo sigaro toscano da una tasca del panciotto, lo accese con un fiammifero sfregandolo su una pietra vicina e dopo aver cacciato alcuni sbuffi di fumo rispose – Se avessi intenzione di vendere gli animali non mi accontenterei certo della metà dei soldi. Vi ho inseguito per tutta la notte e ho intuito le vostre intenzioni, perciò vi ho anticipato e tagliando in mezzo alla boscaglia sono arrivato prima di voi al guado. Anche se avete fatto di tutto per non fare rumore le tracce del vostro passaggio erano evidenti.
- Allora cosa intendi fare di noi? – chiese quello barbuto. – Ci vuoi consegnare a sa Forza?
- Dipende! Vedi, io non credo che abbiate fatto tutto di testa vostra….come facevate a sapere che i buoi sarebbero stato al pascolo in sa Tanch’e su Canònigu in attesa di iniziare i lavori di aratura? Scommetto che sapevate anche che come guardiano ci sarebbe stato un ragazzino che non avrebbe fatto nessun tipo di reazione vedendosi di fronte due uomini armati. Quindi o avete un informatore o questo è un furto su commissione.
- T’isbaglias, pitzòccu – rispose il più alto. – passavamo di lì e abbiamo visto su Iu con solo un ragazzo di guardia e ci è sembrato facile portaglielo via, tutto qua!
Grigula spense il sigaro tirando via la brace con l’unghia del pollice e lo rimise nella tasca del panciotto. Si alzò in piedi e si avvicinò ai due legati all’albero estraendo contemporaneamente dalla cintura l’enorme coltello a serramanico con cui prima aveva affettato il pane. Con un gesto rapido del pollice lo aprì e prima che uno dei due ladri riuscisse a muoversi lo piazzò sotto il collo di quello barbuto che sussultò atterrito ma rimase immobile.
Poi si rivolse all’altro - Credi che abbia fatto tutta questa strada inseguendovi per sentirmi raccontare delle bugie? Adesso ti spiego due cosette… sono stato incaricato dalle sorelle Serchis proprietarie del giogo dei buoi, di recuperare le bestie rubate.
Stà di fatto che questo è il quarto furto che subiscono nel giro di un mese. Prima sono stati rubati 5 cavalli che erano al pascolo in sos livarios, dopo è stata la volta di un “coppiòne “ di 60 pecore, poi 3 vitelli presi direttamente dalla stalla e ora i buoi. E tu vuoi farmi credere magari di non sapere niente degli altri furti o che anche lì “passavate per caso”?
Finito di pronunciare le ultime parole accentuò la pressione del coltello sulla gola del malcapitato ladro che iniziò a deglutire a vuoto e a urlare – Per, carità digli quello che vuole sapere! Custu mi ‘occhidi!
Il compagno guardò prima Grigula negli occhi e poi il coltello che premeva sempre di più sulla gola del disgraziato legato insieme a lui e si decise – Bandat bene. Togli s’arresorza, ti dirò quello che vuoi sapere. Ad un patto però… devi promettere che non ci consegnerai a sa Forza e ci lascerai andare per la nostra strada. Quello che ti dirò ci costerebbe molti anni di galera e sia io che il mio compagno abbiamo moglie e figli da mantenere. Sono tempi duri… e chi non ha né terreni né bestiame si arrangia come può.
- Qualcosa di quello che mi dirai probabilmente lo so già. Però ho bisogno di conferme e in questo solo voi potete essermi di aiuto. Facciamo questo accordo allora, voi mi dite tutto quello che sapete e io una volta che saremo tornati sulla strada per Bonarcanto vi lascerò liberi di andare ad impiccarvi da un’altra parte. Inizia col dirmi i vostri nomi …
Il ladro annuì con la testa e dopo un cenno d’intesa col suo compagno raccontò che i furti effettivamente erano stati eseguiti su commissione. – Mi chiamo Cosimo Zurretta e lui è mio cugino Basilio. Un paio di mesi fa’ mentre ero in una “barracca” a bere per la festa di ” santu Iorzu “ a Milis, si è avvicinato uno che conosco e fa’ “su tzeraccu” a Bonarcanto. Ha cumbidàto mezzo litro di Vernaccia e abbiamo iniziato a parlare di lavoro, di bestiame e di altro. A un certo punto mi chiese se fossi interessato a guadagnare una bella sommetta con dei lavoretti puliti puliti … Senti… prima di continuare potresti darci un po’ d’acqua? Con questo caldo e la polvere ho la gola talmente secca che sembra fatta di “ urtìgu”!
Grigula estrasse dal tascapane la zucca con l’acqua, gliela avvicinò alla bocca e questi mandò giù un paio di avide sorsate prima che fosse passata al barbuto al suo fianco.
Una volta dissetatosi, Cosimo riprese il suo racconto – Dicevo … che il tizio mi stava offrendo di guadagnare facilmente dei quattrini. Ora, siccome non navigavo nell’oro gli dissi che ero interessato e volevo saper di che cosa si trattava. Lui però rispose che quello non era posto per parlarne, che c’erano troppe orecchie che potevano sentirci; propose di incontrarci di nuovo dopo tre giorni verso mezzanotte, vicino alla chiesetta di Santa Cristina nella strada che porta a Paulilatino. Nel frattempo mi disse anche di cercarmi un compagno fidato ché bisognava essere almeno in due per quello che mi doveva proporre. Così io ho cercato a mio cugino Basilio e dopo tre giorni siamo andati insieme all’appuntamento.
Eravamo li già da una mezzoretta, tanto che stavo già pensando che fosse tutto un imbroglio… una burla, mi’! Quando abbiamo sentito rumore di cavalli arrivando! Allora ci siamo riparati al buio del muro della chiesa ché non sapevamo chi era. Il cavallo era uno solo e si fermò davanti allo spiazzo della chiesetta, dopo una voce chiamò il mio nome e io la riconobbi ché era quella della persona che ci aveva fatto venire fino a lì.
Siamo usciti dall’ombra e ci siamo fatti vedere e riconoscere, e quello allora è sceso dal cavallo…
- Quello chi? – lo interruppe spazientito Grigula. – Stai parlando da mezzora e ancora non hai fatto il nome di questa persona. Forza! Dimmi chi è … è uno di Bonarcanto?
- Credo di si. Almeno di sicuro lavora per uno di Bonarcanto, so solo che è quello che dirige tutti gli affari di campagna di un grosso possidente. Io lo conosco col nome di Austìnu Zedda . – a sentire quel nome la fronte del giovane si aggrottò, interruppe il racconto chiedendo - Potresti descrivermelo? Voglio essere sicuro che mi stai dicendo la verità!
Il ladro rifletté un attimo e poi si lanciò in una descrizione dell’uomo che li aveva ingaggiati. – È alto quasi quanto te. Magro, con il viso lungo e un naso che sembra il becco di un corvo. Porta sempre un berretto di fustagno nero e stivali “a corrìas”.
Il ritratto corrispondeva perfettamente al nome di Austìnu Zedda. Il suo padrone era il più grosso possidente di Bonarcanto. Sebastiano Selis da tutti chiamato Don Tattànu.
Abitava in un grande casa padronale a nord est dei confini dell’abitato con un enorme giardino in cui erano coltivati alberi da frutto che venivano irrigati grazie all’acqua raccolta in un enorme vascone. Nella parte posteriore della casa c’erano le stalle per il ricovero dei cavalli e Don Tattànu ne andava particolarmente fiero in quanto si vantava di avere le migliori bestie della zona, più belle addirittura di quelle che venivano allevate a Santu Lussurgiu!
Era anche il più grosso proprietario terriero e possedeva livariòs, tancas, vigneti e terreni coltivati a grano. Oltre a questo aveva una cinquantina fra vacche e vitelli e quasi trecento pecore; in pratica era l’uomo più ricco di Bonarcanto e ultimamente con la guerra si era arricchito ancora di più fornendo per l’esercito cavalli, grano, olio e bestiame da carne tutto a prezzi che erano quasi raddoppiati dall’inizio della guerra.
Va da sé che per mandare avanti tutto non poteva bastare solo lui perciò aveva decine di braccianti e tzeraccos che lavoravano alle sue dipendenze, compreso Zedda che era per così dire il suo braccio destro e lo serviva fedelmente già da una decina di anni.
Grigula valutò quanto appena sentito dal suo prigioniero e lo invitò a continuare, cosa che quello fece. - Quando scese da cavallo si avvicinò e chiese chi era la persona che era con me. Dopo essere stato rassicurato sull’affidabilità di mio cugino andò dritto al sodo. Ci chiese se eravamo disposti ad eseguire alcuni furti di bestiame nei posti che lui ci avrebbe indicato. Disse anche che praticamente non c’erano rischi, che il bestiame rubato era da consegnare a lui e che ci avrebbe ricompensato generosamente. Io e Basilio abbiamo accettato e allora lui ci ha dato la pistola e ci ha detto dove potevamo trovare i cavalli e dove portarli una volta presi.
Dopo i cavalli abbiamo fatto gli altri furti, tutti grazie alle sue informazioni.
- E come mai il giogo dei buoi lo stavate portando invece da un'altra parte?
- Perché quello ha detto che lo lasciava a noi. Ha detto che era troppo pericoloso a prenderlo lui ché se qualcuno lo vedeva lo avrebbe riconosciuto, quindi potevamo farne quello che volevamo.
Ormai il quadro della vicenda era chiaro. Restava però da scoprire se chi aveva ingaggiato i due ladri agiva per proprio conto o per ordine del suo padrone. A questo né Cosimo né suo cugino potevano rispondere, perciò Grigula non si disturbò neanche a chiederglielo. Si mise il fucile ad armacollo e si avviò a riportare indietro i buoi che intanto brucavano fra i cespugli ad un centinaio di metri di distanza.
Ormai era quasi mezzogiorno e il caldo si faceva sentire anche sotto la protezione degli alberi, ma il giovane sapeva che il tragitto di ritorno sarebbe stato lungo con l’impiccio dei due buoi da riportare indietro e non voleva ritardare oltre la partenza. Radunò le due bestie e con l’aiuto de su puntorzu che aveva preso ai ladri le spinse in direzione del fiume.
Mentre scendeva verso la riva passò davanti all’olivastro dove erano ancora legati i suoi prigionieri, raccolse al volo da terra sa cavuna del barbuto Basilio e continuò a trubare le bestie.
- OH! – gridò Cosimo Zurretta vedendolo andar via. – A inùe ses andande? Hai promesso che ci avessi liberato se ti avessi detto quello che sapevo! Non vorrai mica lasciarci legati qui?
Il giovane si fermò al sentire le parole urlate dal ladro. Si voltò e disse – Io mantengo sempre quello che prometto! – e con uno strano sogghigno sulle labbra aprì l’enorme coltello che aveva alla cintola e si avvicinò ai due uomini legati all’albero.
Continua...






