Pippineddu teneva sotto tiro i maiali che pascolavano in sa coretta, dall’alto di una grande roccia che aveva eletto come suo fortino. Il suo occhio inquadrava le bestie a filo del piccolo pezzo di legno che fungeva da mirino al fucile di canna, e le abbatteva ad una ad una con i colpi che uscivano dalla sua bocca – PUM, PUM e attérra un attiru!
In quel modo aveva già sterminato diverse volte la mandria affidata alla sua custodia. Questa però magicamente resuscitava e continuava a mangiare ignara i fichi d’india che lui stesso aveva provveduto a buttare giù in sa coretta, prendendole con una lunga cannùga dalle alte mòlas che bordavano i terreni lungo la strada.
Un muggito che proveniva dalla curva dello stradone sterrato gli fece voltare la testa e cessare la sua “cassa manna “ personale. Aguzzò le orecchie e strinse gli occhi quasi a potenziare la sua vista già perfetta.
Concentrò lo sguardo sulla fine della curva finché non vide, preceduta da una nuvola di polvere che si alzava dal bianco stradone, una coppia di buoi rossi col mantello coperto di sudore e polvere seguiti da un uomo col berretto calato sugli occhi per proteggerli dal sole che iniziava il suo cammino verso il tramonto e che in quel momento si trovava proprio al di sopra delle colline ad ovest. Puntava i suoi raggi ad illuminare e riscaldare tutta la parte bassa del Montiferru e arrivava dritto in faccia a chiunque si trovava a camminare lungo lo stradone venendo verso Bonarcanto.
Pippineddu scese dalla roccia e si avvicinò ai maiali per evitare che impauriti dai buoi si dessero alla fuga e anche per poter vedere in faccia l’uomo che li conduceva. Questi intanto con un richiamo aveva fermato le bestie e si avvicinava a passo lento verso il ragazzo immobile vicino ai suoi maiali; per non impaurirlo si era tolto il berretto facendo vedere il suo volto impolverato da cui risaltavano i denti bianchi nella bocca semi aperta in un sorriso.
Quando fu a un paio di metri da lui al ragazzo parve di riconoscere quel viso sorridente e si rilassò, per irrigidirsi di nuovo quando notò la camicia sporca all’altezza del petto di quello che a lui sembrava sangue.
Grigula viso il cambiamento nel ragazzo si affrettò a parlare. – Salude Pippineddu! Stai pascolando i maiali delle sorelle Serchis?.
Il poveretto impaurito annuì con la testa mentre gli occhi si spostavano dalla camicia macchiata alla doppietta ad armacollo del giovane.
- Non aver paura. Sono un amico delle tue padrone….non voglio farti del male!
- Mi sembra di conoscerti, infatti. – riuscì a dire Pippineddu con voce incerta - Forse ti ho visto qualche altra volta. Ma perché sei sporco di sangue?
- Ah, questo? E’ solo un graffio che mi sono fatto passando troppo vicino ad un cespuglio di tirìa conducendo queste bestie. Senti, avrei bisogno di un favore da parte tua. Questi buoi sono delle tue padrone e bisogna che qualcuno li riporti in paese alle loro stalle, perciò dovresti andare a chiamare il nipote delle signore perché venga a prendersele. Digli che le troverà a Ponte Nou perché mi fermo lì al fiume a darmi una lavata.
- Va bene. Tanto dovevo anche riportare i maiali… dimmi il tuo nome ché sicuramente su merigheddu lo vorrà sapere. – la richiesta era però rivolta ad esaudire la sua curiosità in quanto sicuro di averlo già visto, ne ignorava comunque il nome.
Ma il giovane che non aveva la minima intenzione di rivelare la propria identità, rispose – Non ti preoccupare. Quando gli dirai di venire a prendere i buoi capirà anche chi sono.
Il ragazzo pensò che non fosse il caso di insistere perciò radunò i maiali e li spinse lungo la strada verso il paese.
Grigula, rimasto solo, prese anche lui la stessa strada mandando avanti i buoi fino al ponte e prima di attraversarlo, li spinse giù verso la riva dove con un pezzo di corda confezionò una “trobèa” con la quale legò una zampa anteriore di entrambe le bestie in modo che una volta abbeverate non potessero allontanarsi.
Effettuata questa operazione si tolse dalle spalle fucile, cartucciera e tascapane e li depose sopra una grande pietra piatta vicino all’acqua.
In quel punto del fiume, a una decina di metri dal ponte, erano presenti diverse pietre piatte e levigate che dalla riva si protendevano fino all’acqua e venivano utilizzate dalle donne del paese per lavare i panni.
Esse inginocchiate su quelle lastre di basalto, immergevano i panni nel fiume e li tiravano fuori per sfregarli col sapone fatto in casa, li battevano sulla pietra e li ributtavano in acqua per risciacquarli.
Dopo aver dato una rapida occhiata in giro, si tolse scarponi e “cambàles” e insieme al berretto li depose vicino al fucile; si tolse anche il corpetto e la camicia sporca di sangue, poi entrò in acqua fino alle ginocchia lasciandosi addosso i vecchi “ pantalones a s’isporte ”.
Bagnò la camicia, la sfregò fino a quando il sangue non fu più visibile dopodiché la mise ad asciugare su un cespuglio di rovi. Rientrò nel fiume e iniziò a lavarsi il viso e il torso abbronzato.
Terminato di lavarsi, si sedette su un masso ancora illuminato dal sole calante e mentre aspettava che capelli e calzoni si asciugassero, accese un mozzicone di sigaro e ad occhi chiusi assaporò insieme al fumo del tabacco, l’odore della menta selvatica e delle altre erbe profumate che crescevano in riva al fiume.
Una lieve brezza intanto gli portava il mormorio dell’acqua che scorreva sotto il ponte e faceva da colonna sonora a quell’unico momento di pace di quella movimentata giornata.
Circa venti minuti dopo, mentre stava verificando il grado di asciugatura della camicia e concluso che ancora ci sarebbe voluto almeno un oretta, dalla strada in direzione del paese gli arrivò il rumore degli zoccoli di un cavallo in avvicinamento.
Velocemente raccolse il fucile e la cartucciera e si acquattò sotto la volta del ponte. L’attesa fu breve. Dopo pochi minuti infatti un cavaliere attraversò il ponte e si fermò sul bordo della strada scrutando la riva del fiume. Appena scorse i buoi impastoiati spinse il cavallo giù verso la riva del fiume e appena vicino all’acqua smontò proprio accanto alla pietra in cui Grigula aveva lasciato parte dei suoi indumenti e il tascapane.
Dal suo nascondiglio sotto il ponte il giovane vedeva lo sconosciuto solo di spalle e l’ombra che gli alti pioppi gettavano sulla riva gli impedivano di distinguerlo chiaramente. Era di corporatura massiccia, con spalle larghe, braccia e gambe corte ma grosse e muscolose, capelli neri e ricci; Grigula era quasi sicuro della sua identità finché lo sconosciuto fece un movimento che gli tolse ogni dubbio residuo effettuando un paio di scatti repentini del collo e della testa verso destra e alzando contemporaneamente la spalla sinistra.
- Fermo dove sei! Ti tengo sotto tiro col mio fucile. Alla prima mossa te lo scarico addosso! - Disse Grigula uscendo da sotto il ponte. Facendosi più vicino continuò - Avevi intenzione di rubare i buoi, vero? Ma hai fatto male i conti… voltati lentamente e fatti vedere in faccia.
Quello di spalle a sentire quelle parole scoppiò a ridere e contemporaneamente si girò facendo vedere un viso largo e scuro contornato da un corta barba riccia come i capelli che portava lunghi sulla fronte quasi fino alle sopracciglia.
- Antoni Grigula! Prima mi fàes tzirrìare e poscas mi puntas su fusìle? Balla! De te custu non mi d’ispettào! - disse quello che si rivelò essere un giovane sulla ventina ma che dimostrava più della sua età.
- Di questi tempi bisogna diffidare di tutti e guardarsi sempre le spalle! Quante volte te l’ho detto Karrabusu? - Rispose Grigula abbassando l’arma e avvicinandosi al giovane robusto che di nuovo rise mostrando una dentatura da far invidia ad un cavallo. Poi come prima la testa si volse di scatto a destra con in paio di movimenti veloci accompagnati da un alzata della spalla sinistra.
- Basta con questa commedia! – sbuffò Grigula. – Con me non hai bisogno di fingere!.
- Hai ragione amico mio! Ma è la forza dell’abitudine… le mie zie mi ripetono continuamente di non fidarmi di nessuno e di continuare a fare finta… perfino quando sono solo! - Rispose Giuseppe Serchis noto Peppe o su merigheddu. Soprannominato Karrabusu per la sua carnagione scura, i capelli neri e la robustezza del suo fisico tarchiato che lo faceva appunto assomigliare all’omonimo insetto.
Era nipote delle sorelle Serchis, Gavina e Antoniangela, che dopo don Tattanu erano le più abbienti di Bonarcanto, almeno prima che iniziassero i furti ai loro danni.
Figlio di Paolo fratello minore di Gavina e Antoniangela e unico maschio della famiglia Serchis. Suo padre Borànzelu aveva già perso le speranze di avere un erede maschio a cui lasciare i beni di famiglia quando a quindici anni di distanza dalla nascita dell’ultima figlia Antoniangela, sua moglie partorì un maschietto che chiamò Matteo come il nonno paterno.
Purtroppo a causa delle complicanze insorte al momento del parto e anche a causa della sua non più giovane età, donna Elena non arrivò a vedere compiuto il primo mese di vita del suo unico figlio maschio e morì all’età di 48 anni lasciando marito e figlie a prendersi cura del neonato.
Paolo crebbe coccolato da tutti essendo il più piccolo della famiglia e il padre in particolar modo nutriva grandi aspettative per lui, perciò lo mandò a studiare dai frati ad Oristano e in seguito all’Università a Cagliari.
Paolo frequentava la facoltà di Legge e suo padre se lo immaginava già giudice o notaio viste la notevole attitudine allo studio dimostrata, finché un giorno non si innamorò di una ragazza di Iglesias che prestava servizio in casa di un suo compagno di corso all’Università.
La ragazza si chiamava Teresa Manis e proveniva da una famiglia molto povera ma a Paolo questo non importava; rimase affascinato dai suoi modi garbati, dai folti capelli ricci che le adornavano la testa e da quella carnagione scura in cui brillavano due occhi neri e profondi in cui lui si perdeva ogni volta che la guardava.
Teresa corrispose quasi subito i sentimenti che Paolo nutriva per lei e iniziarono a vedersi sempre più spesso tant’è che il profitto negli studi ne risentì. Ormai il giovane studente non riusciva più a concentrarsi su libri e lezioni e durante una delle sue visite alla casa paterna rivelò l’intenzione di abbandonare gli studi e prendere in moglie la donna di cui era innamorato.
Borànzelu Serchis vide crollare in un solo attimo tutti i progetti che aveva fatto per il suo unico figlio maschio e perse il lume della ragione. Urlò e bestemmiò, maledì quella donna che secondo lui aveva traviato suo figlio e rifiutò il suo consenso al matrimonio anzi, minacciò Paolo che se non la lasciava e riprendeva subito gli studi lo avrebbe disconosciuto e non avrebbe avuto da lui neanche un soldo.
Ma i giovani vedono il mondo in un'altra maniera e il giovane pur amando profondamente la sua famiglia non riusciva a pensare alla sua vita senza Teresa, perciò seppure a malincuore abbandonò la casa paterna e si sposò a Cagliari con una cerimonia semplice. Subito dopo i due novelli sposi si trasferirono nel Sulcis dove Paolo trovò lavoro in una miniera e prese in affitto una casupola nel villaggio dei minatori dove Teresa, dopo un anno dal matrimonio, l'8 gennaio del 1899 partorì un bambino maschio che chiamarono Giuseppe.
Quando il bambino ebbe quasi un anno, mentre il padre insieme alla sua squadra stava lavorando all’apertura di un nuovo tunnel nel secondo pozzo della miniera, si verificò un crollo che imprigionò tutti i minatori che vi si trovavano. Per rimuovere le macerie i soccorsi impiegarono quasi una settimana e quando finalmente arrivarono al punto in cui erano rimasti imprigionati i minatori, trovarono solo 8 cadaveri. Erano tutti morti per la mancanza d’aria. La salma del giovane Serchis venne messa in una bara che sembrava una cassa di legno per imballaggi e portata a Cagliari a spese della compagnia mineraria, caricata sul treno e portata fino ad Abbasanta dove Borànzelu e le figlie la presero in consegna e la portarono a Bonarcanto per il funerale.
Una settimana dopo Teresa, rimasta sola col suo bambino ricevette un po’ di danaro a titolo di indennizzo da parte dell’amministrazione della miniera e non avendo ormai nessun motivo per rimanere li, trovò un passaggio fino a Cagliari dove spese parte dei soldi per il viaggio in treno fino ad Oristano. Il giorno dopo con il piccolo Giuseppe in braccio bussava al grande portone di casa Serchis.
Venne ad aprire Gavina che rimase a bocca aperta per almeno un minuto prima di focalizzare chi fosse la sconosciuta alla porta. Non l'aveva mai vista di persona, solo in una fotografia che il fratello aveva portato quando aveva manifestato l'intenzione di sposarla. La riconobbe nonostante la carnagione un po' spenta e le occhiaie scure sotto gli occhi. Teresa disse solo - Si chiama Giuseppe - e prima che Gavina potesse aprire bocca si ritrovò fra le braccia un bambino avvolto in una coperta di lana che la guardava con dei grandi occhi lucenti. Quando rialzò gli occhi davanti a lei non c'era più nessuno.
Teresa sparì e di lei non si seppe più nulla anche perché nessuno si diede la briga di cercarla. Borànzelu in parte ripagato dalla perdita del figlio con l'arrivo del nipote, non aveva nessun interesse a cercarla e le due sorelle adottarono il piccolo Giuseppe quasi fosse figlio loro e presto dimenticarono la loro sfortunata cognata.
Il bambino crebbe sano e forte con una corporatura robusta. Scuro di carnagione e coi capelli ricci come quelli della madre, fu soprannominato Karrabusu dai suoi fadàles in quanto ne temevano la forza spropositata che manifestava già da piccolo. Quando stava per compiere 10 anni, nonno Borànzelu volle soddisfare la sua grande passione per i cavalli e portò giù da Santu Lussurgiu un baio bellissimo che intendeva regalargli.
Si impuntò a voler essere lui a domarlo prima di consegnarlo al nipote, dimenticando che per quelle faccende è sempre meglio tener conto dell'età e che anche se ben portati 70 anni hanno sempre il loro peso.
Dopo un paio di giorni in cui faceva girare il cavallo in un recinto, tenendolo con una lunga fune come cavezza e una frusta per dirigerlo e imporgli il passo. Nonostante le rimostranze delle figlie, armato di frustino e speroni mentre 2 tzeràccos tenevano fermo il cavallo, saltò in groppa e iniziò il lavoro per abituarlo al peso del cavaliere e a reagire ai comandi imposti col morso e la briglia.
Andò tutto bene per la prima mezzora ma quanto il baio iniziò ad essere stanco, dimostrò sempre più insofferenza verso la novità del cavaliere sulla sua groppa e iniziò a scartare e a sgroppare sempre con più forza fino a quando nel suo movimento non cozzò contro il muro delle stalle mandando don Boranzélu a sbattere a una contonàda e frantumandogli un ginocchio.
L'uomo perse l'appoggio della gamba ferita e scivolò di sella mentre l'altro piede rimasto impigliato nella staffa lo tenne attaccato al cavallo che lo trascinò per tutto il recinto nel suo tentativo di liberarsi dalla zavorra. La testa batté violentemente il terreno e quando sos tzeràccos riuscirono finalmente a bloccare l'animale e a liberarlo, si accorsero subito della gravità delle sue condizioni e mandarono subito a chiamare il dottore che però viveva a Seneghe e, quando passata quasi un ora, riuscì ad arrivare non poté far altro che constatare il decesso del povero Borànzelu.
Dopo la morte del padre le due sorelle rivolsero ancora di più le loro attenzioni verso Giuseppe essendo ormai l'unico maschio sopravvissuto della stirpe dei Serchis. Non c'è da stupirsi quindi se nel 1899, quando arrivò la chiamata alle armi per il loro adorato nipote, le due sorelle brigarono tanto e spesero quattrini per ottenere l'esonero di Peppe simulando una finta infermità fisica che ne rendeva impossibile l'arruolamento. Non si era mai visto infatti un soldato che mentre si accingeva a sparare finisse in preda a dei tic violenti che gli facevano involontariamente voltare il capo!
Non fidandosi comunque di chi per invidia o rancore potesse fare la spia scoprendo l'inganno, le due donne scongiurarono il nipote di fingere anche quando era solo... almeno fino alla fine della guerra.
Grigula conosceva bene tutta la storia e gli piaceva sfottere un po' il giovane Serchis che da parte sua lo ammirava e gli era talmente amico da perdonargli tutto; cosa che difficilmente faceva con altri.
Riprendendo il discorso sul bestiame, Karrabusu commentò – Sei stato molto veloce a recuperare i buoi. Ero sicuro che ci saresti riuscito. Se le mie zie mi avessero dato retta, anche quando ci son stati gli altri furti avrebbero dovuto incaricare te di andare a riprendere il bestiame!
- Sono stato fortunato. – disse Grigula schermendosi - I ladri non avevano fatto molta strada e le tracce del loro passaggio erano abbastanza visibili. Ma sediamoci un attimo mentre aspetto che finisca di asciugarsi la camicia e ti racconto tutto.
Continua...

